Estratto da La terra degli uomini

Copertina terra degli uomini

VII

NEL CENTRO DEL DESERTO

 

I

Avvicinandomi al Mediterraneo ho incontrato delle nuvole basse e sono disceso a venti metri. I rovesci d’acqua si sfasciano contro il paravento e il mare pare che fumi. Mi sforzo di vederci quel che posso,  e non andare contro un albero di nave.

Il meccanico, Andrea Prévot, mi accende delle sigarette.

— Caffè …

Scompare nell’interno del velivolo e ritorna col thermos. Bevo. Di tanto in tanto do una piccola scossa alla maniglia del gas per mantenere duemilacento giri. Scorro con un’occhiata ai quadranti: i miei sudditi sono obbedienti, ogni ago e al suo posto. Un’altra occhiata sul mare, che sotto la pioggia evapora come un grand catino caldo. Se fossi in idrovolante rimpiangerei di vederlo così concavo; ma sono in aeroplano. Concavo o no, non mi ci posso posare e questo mi procura, non so perché, un assurdo sentimento di sicurezza. Il mare appartiene a un mondo che non è il mio. Il guasto qui non mi riguarda, e neppur mi minaccia: non sono attrezzato per il mare.

Dopo un’ora e trenta di volo la pioggia si calma; le nubi sono sempre molto basse, ma la luce già le traversa come un gran sorriso,  e io guardo con stupore questa lenta preparazione del bel tempo. Intuisco sulla mia testa un lieve spessore di cotone bianco e devio per evitare una raffica: non è più necessario attraversarne il cuore. Ed ecco il primo strappo…

L’ho presentito senza vederlo, avendo scorto dinanzi a me, sul mare, una lunga striscia color di prato, una specie d’oasi di un verde luminoso e profondo, simile a quello dei campi d’orzo che mi pungevano il cuore, nel Sud Marocchino, quando risalivo dal Senegal,  dopo tremila chilometri di sabbia. Anche qui ho il sentimento di accostarmi a una provincia abitabile e provo una leggera gaiezza. Mi volto verso Prévot:

— È finito. Va bene?  

— Sì, va bene.  

Tunisi. Durante il rifornimento di benzina, firmo delle carte. Ma il momento in cui lascio l’ufficio sento come il tonfo di un tuffo, un rumore sordo, senza eco. Mi ricordo all’istante medesimo di aver udito altra volta un rumore simile: un’esplosione in una rimessa. Quella specie di rauco colpo di tosse aveva ucciso due uomini. Mi volto verso la strada che segue la pista: un poco di polvere fuma, due vetture rapide si sono urtate e stanno lì inchiodate come tra i ghiacci. Uomini accorrono verso di loro e altri corrono a noi:

— Telefonate… un medico… la testa…

Provo uno stringimento al cuore. La fatalità,  nella calma luce della sera, ha fatto un colpo di mano. Una bellezza disfatta, o un intelligenza, o una vita… Anche i pirati hanno camminato nel deserto,  e nessuno ha inteso il loro passo elastico sulla sabbia. C’è stato, nell’accampamento, il breve rumore della razzia, poi tutto è caduto nel silenzio dorato. La stessa pace, lo stesso silenzio… Qualcuno parla vicino a me di una frattura del cranio. Non voglio vedere quella fronte inerte e sanguinante, volto le spalle alla strada e raggiungo il mio aeroplano. Ma nel cuore mi resta un impressione di minaccia; e quel rumore lo riconoscerò tra poco. Quando raschierò il mio nero altopiano a duecentosettanta chilometri/ora riconoscerò la stessa tosse rauca: lo stesso «han» del destino,  che ci attendeva il convegno.

In rotta per Bengasi.

 

II

Avanti. Ancora due ore di giorno. Ho già rinunciato agli occhiali neri quando raggiungo la Tripolitania. E la sabbia s’indora. Dio, come questo pianeta è deserto! Ancora una volta i fiumi, le ombre e le abitazioni degli uomini mi sembrano dovuti alla felice combinazione di casi. Ma quanta roccia e quanta sabbia!

Tutto ciò, oggi, mi è estraneo: io vivo nel dominio del volo. Sento venire la notte dove ci chiudiamo come in un tempio, dove ci chiudiamo ai segreti dei riti essenziali, in una meditazione senza soccorso. Tutto questo mondo profano già si cancella e sta per scomparire. Tutto questo paesaggio è ancora intriso di bionda luce, ma già qualcosa ne evapora,  e io non conosco nulla, dico nulla, che valga questa ora. Ben si comprendono coloro che han sentito dentro l’inesplicabile amore del volo.

A poco a poco rinunzio dunque al sole, rinunzio alle grandi distese dorate che mi avrebbero accolto in caso di guasto al motore… Rinunzio ai punti di riferimento che mi avrebbero guidato, rinunzio il profilo delle montagne inciso nel cielo,  che mi avrebbero indicato la via di evitarle. Entro nella notte e navigo. Per me non ho più che le stelle…

Prévot fa la prova delle lampade fisse e delle lampade di soccorso; avvolgiamo le lampade di carta rossa.

— Ancora un foglio…

Egli aggiunge un altro foglio, tocca un contatto. La luce è ancora troppo chiara e velerebbe, come dal fotografo, la pallida immagine del mondo esterno, distruggerebbe questa polpa leggera che talvolta, la notte, si apprende ancora alle cose.  Ora è già notte, ma non ancora la vera notte. Uno spicchio di luna permane. Prévot scompare nell’interno e ritorna con un panino imbottito. Io pilucco un grappolo d’uva non ho fame. Non ho né fame né sete, non risento fatica alcuna, mi sembra che piloterei così per dieci anni.

La luna è morta.

 

Bengasi si annunzia nella notte. Bengasi riposa nel fondo di un oscurità così profonda che non si orna di alcun alone. Ho scorto la città quando già vi ero sopra. Cercavo il terreno ed ecco che i suoi segnali rossi si accendono. I fuochi ritagliano un rettangolo nero. Io viro. La luce di un faro puntato verso il cielo sale diritta come un getto di incendio, gira su un perno e traccia nel terreno una strada d’oro. Viro ancora per osservare bene gli ostacoli. L’equipaggiamento notturno di questo scalo è ammirevole. Riduco la velocità e inizio la mia tuffata come in un’acqua nera.

Sono le ventitré locali quando atterro. Scivolo verso il faro. Passano dall’ombra alla dura luce del proiettore, a volta a volta visibili e invisibili, gli ufficiali e soldati più cortesi del mondo. Prendono le mie carte, cominciano il rifornimento di benzina. Il mio passaggio sarà regolato in venti minuti.

— Fate una virata e passate su di noi, altrimenti non sapremo se il decollo è riuscito bene.

In cammino.

Scorro su questa strada d’oro verso una radura senza ostacoli. Il mio velivolo, tipo Simoun, decolla, con il suo sovraccarico, assai prima di aver esaurito l’area disponibile. Il proiettore mi segue e mi da noia nella virata; mi lascia, infine; han capito che mi abbagliava. Faccio mezzo giro verticalmente quando il proiettore mi batte di nuovo in faccia, ma appena toccato mi fugge e dirige altrove la sua lunga canna d’oro. Sento sotto queste manovre un’estrema cortesia. E adesso viro ancora verso il deserto.

I meteorologi di Parigi, Tunisi  e Bengasi mi hanno annunziato un vento alle spalle di trenta o quaranta chilometri all’ora. Conto su trecento chilometri/ora di crociera. Punto sul centro del segmento di destra che congiunge Alessandria al Cairo. Eviterò così le zone vietate della costa e, malgrado le ignote derive che potrò subire, sarò agganciato tanto a destra che a sinistra dai fuochi dell’una o dell’altra di queste città o, più generalmente, da quelli della valle del Nilo. Se il vento non ha cambiato navigherò tre ore e venti. Tre ore e cinquantacinque se è calato;  e comincio a sorbirmi mille cinquanta chilometri di deserto.

Non c’è più luna, ma un bitume nero che si è dilatato fino alle stelle. Non scorgerò un fuoco, non mi aiuterò con alcun riferimento, in mancanza di radio non riceverò  un segno d’uomo prima del Nilo. Nemmeno tento di osservare alcunché fuori del mio compasso e dello Sperry. Di nulla più mi interesso che non sia il lento ritmo di respirazione, sul nero schermo dello strumento, di una stretta linea di radium.

Quando Prévot si sposta correggo un poco le variazioni di centraggio. Mi innalzo a duemila dove mi hanno segnalato che i venti sono favorevoli. A lunghi intervalli accendo una lampada per osservare i quadranti motori che non sono tutti luminosi; ma il più del tempo mi chiudo nel buio tra le mie minuscole costellazioni,  che diffondono la stessa luce minerale delle stelle, la stessa luce inconsumabile e segreta,  e parlano lo stesso linguaggio. Anch’io, come gli astronomi, leggo un libro di meccanica celeste, anch’io mi sento studioso e puro. Nel mondo esteriore tutto s’è spento. Anche Prévot si addormenta, dopo aver tanto resistito e io mi godo meglio la mia solitudine. Altro non c’è che il dolce brontolio del motore e di fronte a me, sulla plancia di bordo, tutte queste stelle calme.

Penso. Non abbiamo il beneficio della luna e siamo privi di radio. Nessun legame, per tenue che sia, mi legherà più al mondo finché non taglieremo il filo di luce del Nilo. Siamo fuori di ogni cosa e solo il motore ci tiene sospesi e ci fa durare in questo bitume. Traversiamo la gran valle nera dei racconti delle fate, la valle della prova. Nessun soccorso qui, nessun perdono per gli errori: siamo affidati alla discrezione di Dio.

Un raggio di luce filtra da una giuntura dello standard elettrico. Sveglio Prévot perché lo spenga. Prévot annaspa nell’ombra come un orso, sbuffa, si avvicina, arrangia non so quale combinazione di fazzoletti e carta nera il raggio di luce è sparito. Esso incrinava questo mondo: non era della stessa natura della pallida e lontana luce del radium, era una luce da ritrovo notturno e non una luce di stella; ma soprattutto mi abbagliava cancellando gli altri chiarori.

Tre ore di volo. Un bagliore che mi pare vivo zampilla alla mia destra. Guardo. Una lunga scia luminosa si attacca la lampada di fine d’ala, che fino allora mi era rimasta invisibile. È un bagliore intermittente, ora vivido, ora smorzato: ed eccomi in una nube. È la nube che riflette la mia lampada. In prossimità dei punti di riferimento avrei preferito un cielo puro. L’ala si illumina sotto l’alone. La luce vi si fissa, brilla e forma laggiù un mazzo di rose. Profonde controcorrenti mi fa fare l’altalena. Navigo a caso nel ventre di un cumulo di cui non conosco lo spessore. Mi alzo fino a duemila e cinque e non emergo. Ridiscendo a mille metri. Il mazzo di rose è sempre presente, immobile, e sempre più luminoso. Va bene, sarà quel che sarà. Penso ad altro. Si vedrà quando usciremo. Ma questa luce di taverna non mi va.

Faccio dei calcoli: «Qui ballo un po’ ed è cosa normale, ma ho incontrato delle controcorrenti lungo tutto il percorso nonostante il cielo puro e l’altitudine. Il vento non è affatto calmato ed io devo superare la velocità di trecento chilometri/ora». Dopotutto non so nulla di preciso, quando uscirò dalla nube proverò a raccapezzarmi.

E ne usciamo. Il mazzo di rose e bruscamente sparito: e precisamente la sua scomparsa mi annunzia l’avvenimento. Guardo in avanti e scorgo, per quel poco che si può scorgere, una stretta valle di cielo e il muro del prossimo cumulo. Il mazzo di rose si è già riacceso.

Non uscirò più da questa pania, se no per qualche secondo. Dopo tre ore di volo comincio a seccarmi, poiché mi avvicino al Nilo, se procedo come suppongo. Con un po’ di fortuna potrei forse scorgerlo, attraverso i corridoi; ma non sono molti. Non oso di scendere oltre: se per caso io sono meno veloce di quanto credo, sorvolo ancora terra elevate.

Non sono però inquieto, temo semplicemente di rischiare una perdita di tempo, ma alla mia serenità fisso un limite: quattro ore e quindici  di volo. Oltre quel termine anche senza vento, e l’assenza di vento è improbabile, avrò oltrepassato la valle del Nilo.

Come raggiungo le frange della nube, il mazzo lancia dei baleni  intermittenti più precipitati, poi di colpo si spegne. Non mi vanno queste comunicazioni cifrate coi demoni della notte.

Una stella verde emerge dinanzi a me, raggiante come un faro. È una stella o un faro? Tanto meno mi va questa luce soprannaturale, questo astro da re Magi, questo pericoloso invito.

Prévot s’è risvegliato e illumina i quadranti motori; ma io respingo lui e la sua lampada. Ho raggiunto una frattura fra due nubi, a e ne approfitto per guardare sotto di me. Prévot si riaddormenta.

D’altronde, egli non ha da guardare nulla.

Quattro ore e cinque di volo. Prévot è venuto a sedersi accanto a me:

— Si dovrebbe arrivare al Cairo…

— Credo bene…

— È una stella quella, ho un faro?

Ho ridotto un po’ il motore, la qualcosa ha certamente svegliato Prévot. Egli è sensibile alla minima variazione dei rumori di volo. Comincio una lenta discesa per scivolare sotto la massa delle nuvole.

Ho appena consultato la carta. In ogni modo ho toccato la quota O: non rischio nulla. Discendo sempre e viro in pieno Nord. Riceverò in tal modo, nelle finestre, i fuochi delle città. Le ho senza dubbio oltrepassate; mi appariranno dunque a sinistra. Ora volo sotto i cumuli, ma costeggio un’altra nuvola che discende più bassa alla mia sinistra. Viro per non lasciarmi prendere nella sua rete, facendo di Nord-Nord-Est.

La nuvola scende indubbiamente più in basso e mi maschera tutto l’orizzonte, ma io non mi arrischio più a perdere quota. Ho raggiunto la quota 400 del mio altimetro, ma ignoro qui la pressione. Prévot si sporge e gli grido:

— Sto filando verso il mare, finirò a scendere in mare per non schiacciarmi..

Niente prova, del resto, che non abbia già deviato in mare. Sotto queste nubi l’oscurità è assolutamente impenetrabile. Mi attacco alla finestra, e cerco di leggere sotto di me, cerco di scoprire qualche fuoco, qualche segno. Sono un uomo che fruga nella cenere. Sono un uomo che cerca di rintracciare la brace della vita in fondo a un astro.

— Un faro marino!

L’abbiamo visto simultaneamente il baleno di quella trappola. Pazzia. Dov’era questo faro fantasma, questa invenzione della notte? Poiché nell’istante medesimo in cui Prévot e io ci sporgiamo per ritrovarlo, a trecento metri sotto le nostre ali, bruscamente…

— Ah!

Credo proprio di non aver detto altro. Credo di non aver avvertito altro che un formidabile rovinio che scrollò il nostro mondo alle sue basi. A duecentosettanta chilometri/ora, abbiamo urtato il suolo.

Credo di non aver atteso, nel centesimo di secondo che seguì, altro che la grande stella purpurea dell’esplosione che ci avrebbe insieme mescolati e annullati. Né Prévot, né io abbiamo sentito la minima emozione. Non avvertivo in me altro che una smisurata attesa, attesa di quella stella sfolgorante in cui tutti e due, nell’istante medesimo, ci saremmo dissolti. Ma non vi fu stella purpurea. Accadde una specie di terremoto che sconvolse la nostra cabina, strappando le finestre, lanciando a cento metri scatole di latta, riempendoci fin nelle viscere del suo ululato. L’aeroplano vibrava come un coltello piantato da lontano nel duro legno. E noi eravamo come presi alle braccia e scrollati da quella collera. Un secondo, due secondi… il velivolo tremava sempre e io aspettavo con un’impazienza mostruosa che le sue provviste di energia lo facessero scoppiare come una granata. Ma le scosse sotterranee si prolungavano senza pervenire all’eruzione definitiva: e nulla io capivo né di quel tremito, né di quella collera, né di quell’interminabile indugio… Cinque secondi, sei secondi… Bruscamente provammo allora un senso di rotazione, un urto che lanciò ancora dalla finestra le nostre sigarette, frantumando l’ala destra. Poi più nulla. Nulla fuori un immobilità glaciale.

Gridai a Prévot:

— Saltate subito!

Nello stesso tempo egli gridava:

— Il fuoco!

E già avevamo fatto un volo, anche noi, dalla finestra divelta. Eravamo in piedi a venti metri. Chiedevo a Prévot:

— Niente di male?

Egli mi rispondeva:

— Niente di male.

Ma si strofinava il ginocchio.

Gli dicevo:

— Tastatevi, muovetevi, giuratemi che non avete nulla di rotto…

Egli mi rispondeva:

— Niente, è stata la pompa di soccorso…

Io pensavo che gli stesse per stramazzare, spaccato dalla testa all ombelico., ma egli mi ripeteva, gli occhi fissi:

— È stata la pompa di soccorso!…

Pensavo: eccolo pazzo. Ora si metterà a ballare…

Ma distogliendo infine lo sguardo dal velivolo, ormai salvato dal fuoco, egli mi guardò e riprese:

— Non è niente, è stata la pompa di soccorso che mi ha preso al ginocchio.

 

III

E inesplicabile che siamo vivi. Risalgo le tracce del velivolo sul terreno, con la lampada elettrica in mano. A duecentocinquanta metri dal suo punto  di arresto troviamo già delle ferraglie contorte e pezzi di lamiera di cui ha disseminato la sabbia lungo tutto il percorso. Quando verrà giorno sapremo di aver cozzato quasi a tangente un leggero declivio al sommo di un altipiano deserto. Nel punto dell’urto un solco nella sabbia rassomiglia all’impronta di un aratro. L’aeroplano, senza capovolgersi, ha continuato la sua corsa sul ventre, rabbiosamente, come la coda di un rettile. A duecentosettanta chilometri ora ha strisciato. Senza dubbio dobbiamo la vita a queste pietre nere e tonde che rotolano liberamente sulla sabbia e che hanno formato una specie di biliardo.

Prévot stacca gli accumulatori per evitare un incendio tardivo per corto circuito. Io mi sono addossato al motore e rifletto: ho potuto avere, negli alti strati, per quattro ore e un quarto, un vento di cinquanta chilometri/ora, e infatti ne avvertivo la scossa. Ma se dopo le previsioni esso ha variato, ignoro tutto della direzione che ho preso.  Mi trovo in uno spiazzo quadrato di un quattrocento chilometri di lato.

Prévot viene a sedersi al mio fianco e dice:

— È straordinario essere vivi…

Non gli rispondo nulla e non provo alcuna gioia. Mi è venuta una piccola idea che già si fa strada nella mia testa e già mi inquieta.

Prego Prévot di accendere la sua lampada, per avere un punto  di riferimento, e me ne vado dritto davanti a me con la mia lampada elettrica in mano. Guardo con attenzione il suolo e procedendo lentamente faccio un largo semicerchio, più volte cambiando orientamento. Frugo il suolo come se cercassi un anello smarrito. Allo stesso modo cercavo dianzi la brace. Vado sempre avanti nel buio, chino sul bianco disco che porto in giro. È proprio così, proprio così… Risalgo lentamente verso il velivolo, mi siedo vicino alla cabina e medito. Cercavo una ragione di sperare e non l’ho trovata. Cercavo un segno offerto dalla vita, e la vita non mi ha fatto alcun segno.

— Prévot, non ho visto un solo filo d’erba…

Prévot tace, non so se mi ha capito. Ne riparleremo all’aprirsi del sipario, quando verrà giorno. Io provo soltanto una grande stanchezza e penso: «A circa quattrocento chilometri, nel deserto!… ». Di colpo salto in piedi:

— L’acqua!

Serbatoi di benzina e serbatoi d’olio sono crepati. Anche le riserve dell’acqua. La sabbia ha tutto bevuto. Troviamo un mezzo litro di caffè nel fondo di un thermos in frantumi, un quarto di litro di vino bianco nel fondo di un altro. Filtriamo questi liquidi e li mescoliamo. Troviamo anche un po’ di uva e un’arancia. Ma io calcolo: «In cinque ore di marcia sotto il sole, nel deserto, tutto questo è finito…».

Ci riposiamo nella cabina per attendere il giorno; mi distendo, e addormentandomi faccio il bilancio della nostra avventura: tutto ignoriamo della nostra posizione; non abbiamo un litro di liquido; se noi siamo pressappoco sulla linea diritta ci ritroveranno in otto giorni,  di più non possiamo sperare: e sarà troppo tardi; se abbiamo deviato di traverso, ci ritroveranno tra sei mesi. Non bisogna contar sugli aerei che verranno a cercarci su tremila chilometri.

— Che peccato!… mi dice Prévot.

— Perché?

— Si poteva così bene finir di colpo!…

Ma non bisogna abdicare così presto. Prévot ed io ci riprendiamo. Per debole che sia, non si deve perdere la speranza di un salvataggio miracoloso per via aerea. E nemmeno bisogna restarsene fermi e lasciarsi forse sfuggire l’oasi vicina. Oggi cammineremo tutto il giorno e ritorneremo all’apparecchio. Prima di partire scriveremo il nostro programma a grandi lettere maiuscole sulla sabbia.

Mi sono dunque raggomitolato, e dormirò fino all’alba, felicissimo di addormentarmi. La stanchezza mi avvolge di una multiple presenza. Io non sono solo nel deserto, il mio dormiveglia è popolato di voci, di ricordi e confidenze sussurrate. Non ho ancora sete, mi sento bene e mi abbandono al sonno come all’avventura. La realtà perde terreno dinanzi al sogno…

Ah, come tutto fu diverso quando venne il giorno !…

 

IV

Ho molto amato il Sahara. Ho passato delle notti in mezzo alla rivolta. Mi sono risvegliato in quella distesa bionda dove il vento ha impresso la sua increspatura come sul mare. Vi ho atteso dei soccorsi dormendo sotto l’ala,  ma era un’altra cosa.

Camminiamo sul versante di curve colline. Il suolo è composto di sabbia interamente coperta da un solo strato di sassi neri e brillanti; si direbbero scaglie di metallo e tutte le cupole che ci circondano brillano a guisa di armature. Siamo caduti in un mondo minerale. Siamo imprigionati in un paesaggio di ferro.

Superata la prima cresta, un’altra cresta si annunzia più lontano, brillante e nera. Camminiamo raschiando la terra coi piedi per segnare un filo conduttore che ci riconduca più tardi. Andiamo avanti con la faccia al sole, ed è contro ogni logica che ho deciso di dirigermi ad Oriente poiché tutto mi fa credere di avere superato il Nilo: la meteorologia e il tempo di volo. Ma avendo fatto un breve tentativo verso Ovest ho provato un malessere che non mi sono spiegato; allora ho rimandato l’Occidente a domani e provvisoriamente ho sacrificato il Nord che tuttavia conduce al mare. Tre giorni dopo, quando decideremo, in un semi-delirio, di abbandonare definitivamente l’apparecchio e di camminare dritto davanti a noi fino alla fine, è ancora verso Oriente che partiremo.

Più esattamente verso Est-Nord-Est, ed anche allora contro ogni ragione e contro ogni speranza. Quando poi saremo in salvo, scopriremo che nessun’altra direzione ci avrebbe permesso di ritornare, poiché verso il Nord, troppo sfiniti, non avremmo raggiunto il mare. Per quanto possa sembrare assurdo, oggi credo che, in mancanza di un’ indicazione che potesse influire sulla nostra scelta, ho scelto quella direzione per la sola ragione che essa aveva salvato il mio amico Guillaumet nelle Ande, dove tanto lo cercai. Era divenuta per me, confusamente, la direzione della vita.

Dopo cinque ore di marcia il paesaggio cambia. Un fiume di sabbia sembra colare in una vallata e noi prendiamo quel fondo di vallata. Camminiamo a gran passi, poiché bisogna andare più lontano che si può e ritornare prima di notte se non abbiamo scoperto nulla. Di colpo, mi fermo:

— Prévot.

— Che cosa?

— Le tracce…

Da quanto tempo abbiamo dimenticato di lasciare dietro di noi una scia? Se non la ritroviamo, è la morte. Torniamo indietro, obliquando sulla destra, e quando saremo lontano quanto basta, ci volteremo perpendicolarmente alla nostra prima direzione, ricuperando le tracce là dove le abbiamo ancora segnate.

Riannodato questo filo, ripartiamo. Il calore cresce, e con esso nascono i miraggi, ma non sono per ora che miraggi elementari. Grandi laghi si formano e svaniscono quando avanziamo. Decidiamo di superare la valle di sabbia e di scalare la cupola più alta, per esplorare l’orizzonte. Camminiamo già da sei ore, e certamente, andando forte, abbiamo percorso in tutto trentacinque chilometri. Siamo pervenuti alla sommità di questa groppa nera, dove ci sediamo in silenzio. Ai nostri piedi la valle di sabbia sbocca in un deserto di sabbia senza pietre, che con la sua luce bianca ci accieca. A perdita d’occhio, è il vuoto. Ma sull’orizzonte giochi di luce compongono dei miraggi già più impressionanti: fortezze minareti, masse geometriche e linee verticali. Osservo anche una larga macchia nera che simula la vegetazione, ma essa sta sotto l’ultima di quelle nubi che si sono dissolte nel giorno e che a sera rinasceranno: non è che l’ombra di un cumulo.

Andare oltre è inutile; il tentativo non conduce in porto. Bisogna raggiungere l’aeroplano, quella segnalazione bianca e nera che sarà forse rintracciata dai camerati. Per quanto io non fondi alcuna speranza su quelle ricerche, esse mi appaiono come la sola via di scampo. Ma soprattutto abbiamo lasciato laggiù le ultime gocce di liquido e già ne abbiamo assoluta necessità. Bisogna ritornare per vivere. Siamo prigionieri di questo cerchio di ferro: la corta autonomia della nostra sete.

Ma come è difficile tornare indietro quando si andrebbe forse verso la vita! Al di là dei miraggi l’orizzonte è forse ricco di città vere, di canali d’acqua dolce e di praterie. So che ho ragione a fare marcia indietro e tuttavia ho l’impressione di colare a picco quando mi decido a dare questo terribile colpo di barra.

 

Ci siamo coricati accanto all aeroplano abbiamo percorso più di sessanta chilometri, abbiamo esaurito i nostri liquidi. Nulla abbiamo riconosciuto verso l’Est e nessun camerata ha sorvolato questo territorio. Quanto tempo resisteremo? Abbiamo già tanta sete…

Abbiamo costruito un gran rogo raccattando qualche rottame dell’ala frantumata: ci abbiamo versato benzina e magnesio che dà una dura luce bianca. Abbiamo atteso che la notte fosse nera per accendere il nostro incendio… ma gli uomini dove sono?

Sale la fiamma e noi guardiamo religiosamente ardere il nostro fanale nel deserto; guardiamo risplendere nella notte il nostro silenzioso e raggiante messaggio. E penso che se contiene esso un appello già patetico, ha pure in sé molto amore. Domandiamo da bere, ma domandiamo anche di comunicare. Che un altro fuoco si accende nella notte! Solo gli uomini dispongono di fuoco, che ci rispondano!

Rivedo gli occhi di mia moglie. Più nulla vedrò all’infuori di quegli occhi. Essi interrogano. Rivedo gli occhi di tutti quelli che, forse, mi vogliono bene: e quegli occhi interrogano. Tutto un’assemblea di sguardi mi rimprovera il silenzio. Io rispondo! Rispondo! Rispondo con tutte le mie forze, non posso lanciare nella notte fiamme più raggianti!

Ho fatto quello che ho potuto. Abbiamo fatto quello che abbiamo potuto: quasi sessanta chilometri senza bere. Ora non berremo più. È colpa nostra se non possiamo attendere più a lungo? Saremmo rimasti tanto saggiamente, a succhiare le nostre fiasche; dall’ istante in cui ho aspirato il fondo del bicchiere di stagno, un orologio si è messa in movimento; dall’ istante in cui ho succhiato l’ultima goccia, ho cominciato a discendere una china. Che ci posso fare se il tempo mi trascina come una fiumana? Prévot piange. Gli batto sulla spalla e dico per consolarlo:

— Se siamo spacciati, siamo spacciati…

Mi risponde:

— Se voi credete che io pianga di me…

Oh, certamente ho fatto una scoperta: nulla è intollerabile. Domani o dopodomani imparerò che nulla, decisamente, è intollerabile. Non credo al supplizio che per metà: ho già fatto questa riflessione. Ho creduto un giorno di annegarmi, imprigionato in una cabina, e non ho sofferto molto. Ho creduto qualche volta di spezzarmi la faccia, e ciò non mi è parsa affatto un avvenimento considerevole. Neppure qui io conoscerò l’angoscia. Domani imparerò su questo episodio cose ancora piu strane. E Dio sa se, nonostante il mio grande fuoco, io ho rinunciato a farmi intendere dagli uomini!…  

«Se voi credete che pianga di me…». Ecco, sì, la cosa intollerabile è questa: ogni volta che rivedo quegli occhi che attendono, mi sento bruciare. Improvvisamente mi prende la voglia di alzarmi e di correre diritto dinanzi a me. Laggiù qualcuno grida al soccorso, qualcuno naufraga!…

È uno strano invertimento di situazioni, ma ho sempre pensato che fosse così. Tuttavia avevo bisogno di Prévot per esserne interamente certo. Nemmeno Prévot conoscerà l’angoscia che precede la morte di cui tanto ci hanno riempito gli orecchi; ma c’è qualcosa che egli non sopporta, ed io neppure.

Accetto di addormentarmi, di addormentarmi per la notte o per i secoli. Se mi addormento non ne vedo la differenza. E che pace, dopo! Ma quei gridi che gridano laggiù, quelle fiamme di disperazione… non ne sopporto l’immagine. Io non posso incrociare le braccia davanti a quei naufraghi. Ogni minuto di silenzio assassina un po’ quelli che io amo. E im me penetra un’ira insensata: perché queste catene che mi impediscono di arrivare in tempo a soccorrere quelli che affogano? Perché il nostro incendio non porta il nostro grido in capo al mondo? Attendete! Ecco, arriviamo, arriviamo… siamo i salvatori!

 

Il magnesio è consumato il nostro fuoco rosseggia. Non vi è più che un mucchio di brace su cui, curvi, ci riscaldiamo. Finito il nostro grande luminoso messaggio. Che cosa ha messo egli in moto nel mondo? Eh, so bene che non ha messo in moto nulla: era una preghiera che non ha potuto essere intesa.

Bene, dormirò.

 

V

 

All’alba, abbiamo raccolto sulle ali, asciugandole con uno straccio, un fondo di bicchiere di rugiada mista di vernice e d’olio. Era stomachevole, ma l’abbiamo bevuta in mancanza di meglio abbiamo almeno bagnato le labbra. Dopo questo festino, Prévot mi dice:

— Fortunatamente c’è la rivoltella.

Mi sento improvvisamente aggressivo, e mi volto a lui con un’ostilità cattiva. In questo momento non ho direi niente come un’effusione sentimentale. Ho un estremo bisogno di considerare che tutto è semplice. È semplice il nascere. E semplice crescere. È semplice morire di sete.

E con la coda dell’occhio osservo Prévot, disposto a ferirlo, se è necessario, perché taccia. Ma Prévot mi ha parlato tranquillamente. Ha fatto una questione di igiene; ha toccato questo soggetto come mi dicesse «Bisognerebbe lavarsi le mani». Allora siamo d’accordo. Ci ho già pensato ieri, scorgendo la custodia di cuoio. Le mie riflessioni erano ragionevoli e non patetiche. Solo l’elemento sociale è patetico: questa nostra impotenza a rassicurare coloro di cui siamo responsabili. E non la rivoltella.

 

Non ci cercano ancora, o, più esattamente, ci cercano senza dubbio altrove. Forse in Arabia. Non sentiremo quindi alcun aeroplano prima di domani, quando noi avremo già abbandonato il nostro. Quell’unico passaggio, tanto lontano, ci lascerà allora indifferenti. Punti neri mescolati a mille punti neri nel deserto, non potremo pretendere di essere scorti. Non è niente vero delle riflessioni che mi si attribuiscono su questo supplizio, dacché non subirò alcun supplizio. I salvatori mi parranno circolare in un altro universo.

Occorrono quindici giorni di ricerche per rintracciare nel deserto un aereo di cui nulla si sa, in uno spazio di circa tremila chilometri: probabilmente ci cercheranno dalla Tripolitania alla Persia. Tuttavia, per oggi ancora, mi riservo questa magra possibilità, non essendocene altra. E, cambiando tattica, decido di andare solo in esplorazione: Prévot preparerà un fuoco e lo accenderai in caso di visita; ma nessuno verrà a visitarci.

Dunque vado, e non sò neppure se avrò la forza di ritornare. Mi torna alla memoria quello che so del deserto libico. Nel Sahara sussiste il 40% di umidità quando essa cade qui a 18%, e la vita evapora come vapore. I beduini, i viaggiatori, gli ufficiali coloniali insegnano che si resiste diciannove ore senza bere. Dopo venti ore gli occhi si riempiono di luce e comincia la fine: la marcia della sete è fulminea.

Ma questo vento di Nord-Est, questo vento normale che ci ha ingannati, che, contro ogni previsione, ci ha inchiodati su questo altipiano, senza dubbio ora ci da un maggior respiro. Quale dilazione ci accorderà su l’ora delle prime luci?

Me ne vado dunque, ma ho l’impressione di imbarcarmi in canoa sull’oceano. Eppure, grazie all’aurora, questo scenario mi sembra meno funebre. Le mani in tasca, mi metto a camminare come un pedone. Ieri sera abbiamo teso dei lacci sul margine di qualche tana misteriosa e in me si risveglia il bracconiere. Vado subito a verificare le trappole: sono vuote.

Non berrò dunque del sangue. A dire il vero non lo speravo. se non sono deluso sono però imbarazzato. Di che vivono questi animali nel deserto? Sono senza dubbio dei fenech, volpi della sabbia, piccoli carnivori grossi come conigli e adorni di orecchie enormi. Non resisto al desiderio, e seguo le tracce di uno di loro. Esse mi trascinano verso uno stretto fiume di sabbia, dove ogni passo è nettamente impresso, e ammiro la graziosa palma formata da tre dita a ventaglio. Immagino il mio amico andarsene trotterellando all’alba, leccando la rugiada sulle pietre. Qui le tracce si spaziano: il mio fenech si è messo a correre. Qui un compagno e venuto a raggiungerlo e hanno proseguito fianco a fianco. Assisto così, con una bizzarra gioia, a questa passeggiata mattutina. Amo questi segni di vita, e dimentico a poco a poco di aver sete…

Infine incontro la dispensa delle mie volpi. Emerge qui a fil di sabbia, ogni cento metri, un minuscolo arbusto secco della grandezza di una zuppiera, che ha gli steli carichi di chioccioline dorate. Il fenech all’alba va a far provviste: e io mi imbatto qui in un grande mistero naturale.

Il fenech non si ferma a tutti gli arbusti. Ve ne sono, carichi di chioccioline, che gli disdegna. Ve ne sono alcuni di cui egli fa il giro con visibile circospezione. Ve ne sono altri che egli abborda, senza però devastarli: piglia due o tre conchiglie, poi cambia ristorante.

Si diverte a non soddisfare la sua fame di colpo per prolungare il piacere della passeggiata sua mattutina? Non credo. Il suo gioco coincide troppo bene con una tattica indispensabile. Se il fenech si saziasse dei prodotti di un primo arbusto, lo spoglierebbe in due o tre pasti del suo carico vivente; e di arbusto in arbusto distruggerebbe il suo allevamento. Ma il fenech si guarda bene dal disturbare il semenzaio. Non solo si rivolge per un solo pasto a un centinaio di cespi bruni, ma non preleva mai due chioccioline vicine sullo stesso ramo. Tutto procede come se egli avesse coscienza del rischio. Se gli si saziasse senza precauzione non vi sarebbero più chiocciole; e se non vi fossero chiocciole non vi sarebbero fenech.

Le tracce mi riconducono alla tana. Il fenech è certamente là che mi ascolta, spaventato dal rumore dei miei passi; io gli dico: «Mia piccola volpe, io sono spacciato, ma, cosa strana, ciò non mi ha impedito di interessarmi alle tue abitudini…».

Resta là a sognare e mi sembra che ci si adatti a tutto. L’idea che egli morrà forse fra trenta anni non guasta la gioia di un momento. Trenta anni anni, tre giorni… è questione di prospettiva.

Ma bisogna dimenticare certe immagini…

 

Ora continuo la mia strada e con la stanchezza qualcosa già in me si trasforma. I miraggi, se non ce ne sono, li invento…

— Ohé!

Ho levato le braccia gridando, ma quell’uomo gesticolante non era che una roccia nera. Tutto già si anima nel deserto. Ho voluto svegliare quel beduino che dormiva, e si è tramutato in un nero tronco d’albero. In tronco d’albero? Questa presenza mi sorprende, e mi piego a guardare: voglio sollevare un ramo spezzato: ma è di marmo! Mi rialzo e guardandomi intorno scorgo altri marmi neri. Una foresta antidiluviana copre il suolo con i suoi fusti spezzati a guisa di una cattedrale essa è crollata, centomila anni fa, sotto un uragano da genesi. E i secoli hanno rotolato fino a me quei tronconi di colonne giganti, levigate come acciaio, pietrificate, vetrificate, color d’inchiostro. Distinguo ancora i nodi dei rami, scorgo le tensioni della vita, conto gli anelli. Questa foresta, che era piena di uccelli e di musica, fu colpita da maledizione e mutata in sale: e io sento che il passaggio mi è ostile. Più neri che l’armatura di ferro delle colline, questi solenni ruderi mi respingono. Che son venuto a fare qui, io, vivo, fra queste incorruttibili marmi? Io, perituro, di cui il corpo si dissolverà, che ho a fare qui nell’eternità?

Da ieri ho già percorso circa ottanta chilometri: debbo certo alla sete questa vertigine, o al sole. Esso brilla su questi fusti che sembrano verniciati d’olio, su questo carapace universale. Qui non vi sono più né sabbia né volpi, qui non è più che un’immensa incudine. E io cammino su questa incudine, sentendo nella testa rintronare il sole. Ah! Laggiù…

— Ohé! Ohé!

— Non c’è niente laggiù, non ti agitare, è il delirio.

Così parlo a me stesso, poiché ho bisogno di richiamarmi alla ragione. mi è tanto difficile rifiutare quello che vedo, è tanto difficile non correre verso quella carovana in marcia… là… vedi!…

— Imbecille, sai pure che sei tu che la inventi…

— Allora nulla al mondo è vero.

 

Nulla è vero, fuori di quella croce a venti chilometri da me, sulla collina. Quella croce o quel faro…

Ma non è la direzione del mare. Una croce, dunque. Ho studiato la carta tutta la notte: inutile lavoro, poiché ignoravo la mia posizione; ma mi chinavo su tutti i segni che mi indicassero la presenza dell’uomo. E in un punto che non ricordo ho scoperto un piccolo cerchio sormontato da una croce simile a questa. ho dato un’occhiata alla descrizione e vi ho letto: «Edificio religioso». Accanto alla croce ho visto un punto nero. Ho guardato ancora la leggenda, e vi ho letto: «Pozzo permanente». Ho sentito un gran colpo al cuore, e ho riletto a voce alta: «Pozzo permanente… Pozzo permanente… Pozzo permanente!». Alì Babà e i suoi tesori che cosa contano al paragone di un pozzo permanente? Un po’ più lontano ho notato due cerchi bianchi e ho letto nella descrizione: «Pozzo temporaneo». Era già meno bello. Poi tutto intorno non c’era più nulla. Nulla.

Eccolo là il mio edificio religioso! I monaci hanno piantato una grande croce sulla collina per chiamare i naufraghi! E io non ho che a camminare verso la croce; non ho che a correre verso quei domenicani…

— Ma non vi sono che monasteri copti in Libia.

— … verso quei domenicani studiosi. Essi posseggono una bella cucina fresca, dal pavimento rosso, e nella corte una meravigliosa pompa arrugginita. Sotto la pompa arrugginita, sotto la pompa arrugginita, voi l’avete indovinato… sotto la pompa arrugginita c’è il pozzo permanente! Ah! ha da essere una festa laggiù quando suono alla porta, quando tiro la campana grande…

— Imbecille, tu descrivi una casa di Provenza, dove peraltro non vi sono campane.

— Quando tiro la campana grande! Il guardiano leverà le braccia al cielo e mi griderà: «Siete un inviato del Signore» e chiamerà tutti i monaci che si precipiteranno a farmi festa come a un bambino povero. E mi sospingeranno verso la cucina, dicendomi: «Un momento, un momento, figlio mio, corriamo subito al pozzo permanente…».

Ed io tremerò di felicità…

Ma no, non voglio piangere, per la sola ragione che non vi è più croce sulla collina.

 

Le promesse dell’Ovest non solo che menzogna: ho virato in pieno Nord.

Il Nord è riempito, almeno, dal canto del mare.

Ah! superata questa cresta l’orizzonte si spalanca. Ecco la più bella città del mondo.

— Sai bene che è un miraggio…

So benissimo che è miraggio. Non mi si inganna, me! Ma se a me piace, a me, di immergermi in un miraggio? Se a me piace sperare? Se mi piace amare questa città merlata e tutta pavesata di sole? Se mi piace camminare diritto, a passi agili, poiché non sento più la fatica, poiché sono felice… Prévot e la sua pistola, lasciatemi ridere! Preferisco la mia apprezza. Sono ebro. Muoio di sete!

Il crepuscolo mi ha disebriato. Improvvisamente mi son fermato, atterrito di sentirmi tanto lontano. Al crepuscolo i miraggi muoiono. L’orizzonte si è spogliato della sua pompa, dei suoi palazzi, dei suoi abiti sacerdotali. È un orizzonte di deserto.

— Sei andato troppo innanzi. Ora ti ghermisce la notte, dovrai attendere il giorno, e domani le tue tracce saranno cancellate e tu non esisterai più in nessun luogo.

— Allora tanto vale andare ancora diritto davanti a me. A che scopo tornare indietro? Non voglio più serrare questa porta sul punto che ero forse per aprirla, per aprire le braccia al mare…

— Dove l’hai visto il mare? Non lo raggiungerai mai. Trecento chilometri, senza dubbio, te ne separano. E Prévot sta alla posta presso il Simoun! Una carovana forse lo ha già avvistato…

Sì, tornerò, ma prima vado a chiamare gli uomini:

— Ohé!

Questo pianeta, buon Dio, è ben abitato…

— Ohé! Uomini!…

Divento rauco. Non ho più voce. Mi sento ridicolo a gridare a questo modo… e lancio ancora un grido:

— Quegli uomini!…

Il mio grido rende un suono enfatico e pretenzioso.

E torno indietro.

 

Dopo due ore di marcia ho scorto le fiamme che Prévot, spaventato di credermi perduto, lancia verso il cielo. Come tutto ciò m’è indifferente…

Ancora un’ora di marcia… Ancora cinquecento metri… Ancora cento metri. Ancora cinquanta.

— Ah!

Mi sono fermato stupefatto. La gioia m’inonda il cuore e devo contenerne la violenza. Illuminato dalla brace, Prévot parla con due arabi addossati al motore. Non mi hai ancora visto. È troppo preso dalla sua stessa gioia. Oh, se avessi atteso con lui… sarei già liberato! Grido festosamente:

— Ohé!

I due beduini sussulto e mi guardano. Prévot li lascia e viene solo incontro me. Apro le braccia; Prévot mi trattiene per il gomito, stavo dunque per cadere? Gli dico:

— Infine ci sono!

— Chi?

— Gli arabi!

— Quali arabi?

— Gli arabi che son l’ha con voi!…

Prévot mi guarda in modo strano, e io ho l’impressione che mi confidi a malincuore un grave segreto:

— Non c’è alcun arabo…

Questa volta, certo, sto per piangere.

 

VI

 

Si può vivere qui dicinnove ore senz’acqua, e che cosa abbiamo bevuto noi da ieri sera? Qualche goccia di rugiada all’alba. Ma spira ancora vento di Nord-Est e attenua un po’ la nostra evaporazione. Questo schermo favorisce ancora in cielo le alte costruzioni di nuvole. Se poggiassero verso di noi, se potesse piovere! Ma nel deserto non piove mai.

— Prévot, ritagliamo i triangoli un paracadute. Passeremo al suolo quei teli con delle pietre, e se il vento non giro all’alba raccoglieremo la rugiada in un serbatoio di benzina torcendo i teli.

Abbiamo allineato i sei teli bianchi sotto le stelle. Prévot ha smantellato un serbatoio. Non ci resta dunque che attendere il giorno.

Fra i rottami Prévot ha trovato un arancia miracolosa e ce la dividiamo. Ne sono sconvolto, ed è pur poca cosa quando ci occorrerebbero venti litri d’acqua.

Coricato presso il nostro fuoco notturno guardo questo luminoso frutto e mi dico: «Gli uomini non sanno cosa sia un arancia». Mi dico anche: «Siamo condannati, e ancora una volta questa certezza non mi priva del mio piacere. Questa mezza arancia che io servo nella mano mi dona una delle più grandi gioie della mia vita…». Mi allungo sul dorso succhio il frutto e conto le stelle cadenti. Eccomi, per un minuto, infinitamente felice. Mi dico ancora: «Il mondo nel cui ordine noi viviamo, non si può indovinarlo se non siamo noi stessi imprigionati. Oggi soltanto capisco la sigaretta e il bicchiere di rum del condannato. Non concepivo che egli potesse accettare quella miseria, ed ora so il piacere che egli vi prova. Si crede coraggioso quest’uomo se sorride. Ma egli sorride di bere il suo rhum. Non si sa che gli ha mutato di prospettiva e ha fatto, di quest’ultima cosa, una vita umana.

 

Abbiamo raccolto un enorme quantità di acqua: due litri, forse. Finita la sete! Siamo salvi, beviamo!

Attingo nel serbatoio il contenuto di un bicchiere di stagno, ma quest acqua è di un bel verde giallo, e dalla prima sorsata ci trovo un gusto così orribile che nonostante la sete che mi tormenta, prima di finire la sorsata, tiro il fiato. Berrò magari del fango, ma questo sapore di metallo avvelenato è piu forte della sete.

Guardo Prévot che gira gli occhi per terra come se cercasse attentamente qualche cosa; poi di colpo si piega e vomita senza smettere di girare in tondo. Mezzo minuto più tardi è la mia volta. Io sono preso da convulsioni tali che casco in ginocchio, affondando le dita nella sabbia. Non ci diciamo nulla, e per un quarto d’ora restiamo così, stravolti, vomitando nient’altro che un po’ di bile.

 

Ma passa e non mi rimane che una lontana nausea. Abbiamo però perduto la nostra ultima speranza. Non so se il guaio sia dovuto alla sostanza spalmata sul paracadute o a un deposito di tetracloruro di carbone che intartara il serbatoio. Bisognava altro recipiente o altri teli.

Affrettiamoci dunque! È giorno. In cammino! Fuggiamo questo maledetto altipiano e marciamo a grandi passi, diritto davanti a noi, fino alla fine. Seguo l’esempio di Guillaumet nelle Ande: di ieri ci penso continuamente. Rompo la formale consegna che è di rimanere vicino al relitto.

Non ci cercheranno più qui.

Ancora una volta sentiamo che non siamo dei naufraghi. Sono quelli che attendono, i naufraghi! Quelli che il nostro silenzio minaccia; quelli che già sono straziati da un tremendo errore. Non si può non accorrere verso di loro. Anche Guillaumet, di ritorno dalle Ande, mi ha raccontato che correva verso i naufraghi! Questa è una verità universale.

— Se fossi solo al mondo, dice Prévot, mi coricherei.

E marciamo diritto innanzi a noi verso Est-Nord-Est. Se il Nilo è stato superato, noi affondiamo, ad ogni passo più profondamente, nell’immensità del deserto d’Arabia.

 

Di quel giorno nulla più ricordo. Non mi ricordo che della mia fretta. Fretta verso non importa che cosa, verso la fine. Mi ricordo anche di aver camminato guardando la terra, scoraggiato dai miraggi. Di tanto in tanto abbiamo rettificato alla bussola la nostra direzione; ci siamo qualche volta distesi per respirare un po’. Non so dove, ho anche buttato l’impermeabile che conservavo per la notte. Non so altro. i miei ricordi non si riannodano se non con la freschezza della sera. Ero anch’io come la sabbia, e tutto in me s’è cancellato.

Al tramonto decidiamo di accamparci. So bene che dovremmo camminare ancora, poiché questa notte senz’acqua ci finirà; ma abbiamo portato con noi i teli del paracadute, e se il veleno non proviene dal suo intonaco, può darsi che domattina possiamo bere. Bisogna nuovamente stendere le nostre reti da rugiada sotto le stelle. Ma stasera al Nord il cielo è puro di nuvole, e il vento ha cambiato sapore. Ha cambiato anche direzione. Già ci sfiora il soffio caldo del deserto. È il risveglio della belva : la sento che ci lecca le mani e il viso…

Ma se camminassi ancora non farei dieci chilometri. Da tre giorni, senza bere, né ho coperti più di centottanta…

Ed ecco, mentre sto per fermarmi:

— Vi giuro che è un lago, mi dice Prévot.

— Siete pazzo!

— A quest’ora, al crepuscolo, può essere quello un miraggio?

Non rispondo. Da lungo tempo ho rinunziato a credere ai miei occhi. Non sarà un miraggio, ma certo un invenzione della nostra follia. Come può ancora credere Prévot?

Prévot si ostina:

— È a venti minuti, vado a vedere…

La sua testardaggine mi irrita:

— Andate a vedere, andate a prendere aria… fa bene alla salute. Ma se il vostro lago esiste, è salato, sappiatelo bene. Salato no, è del diavolo. E soprattutto non esiste.

Prévot, gli occhi fissi, già si allontana. Io le conosco queste supreme attrazioni; e penso «Vi sono anche dei sonnambuli che vanno diritti a buttarsi sotto le locomotive». So che Prévot non ritornerà. Lo ghermirà la vertigine del vuoto e non potrà più tornare. Cadrà un po’ piu lontano: egli morrà dal suo lato ed io dal mio. E tutto questo ha sì poca importanza!…

Non ritengo di ottimo augurio questa indifferenza che mi è venuta. Ho provato la stessa pace, una volta, semi-annegato. Ma ne approfitto per scrivere una lettera postuma, ventre a terra sulle pietre: ed è una lettera bellissima, degnissima. Vi prodigo dei saggi consigli: e provo, rileggendola, un vago piacere di vanità. Diranno : «Ecco una mirabile lettera postuma! Che peccato che gli sia morto!».

Vorrei anche sapere dove mi trovo. Tento di formare della saliva: da quante ore non ho sputato? Non ho più saliva. Se tengo la bocca chiusa, una sostanza vischiosa mi suggella le labbra e, disseccando, forno forma all’esterno un cercine duro. Tuttavia riesco ancora a inghiottire e miei occhi non si riempiono ancora di luci. Quando mi sarà offerto quel radioso spettacolo, ne avrò per due ore.

Fa notte. Dall’altra notte la luna è cresciuta. Prévot non torna. Sono disteso sul dorso, e ricordi, fantasie mi si presentano con netta evidenza. Ritrovo in me una vecchia impressione e cerco di definirla. Sono… sono… imbarcato! Andavo in America del Sud e mi ero disteso così sul ponte superiore. La punta dell’albero maestro oscillava in lungo e in largo, lentissimamente, in mezzo alle stelle. Qui non c’è un albero, ma sono imbarcato lo stesso verso una destinazione che non dipende più dai miei sforzi. Dei negrieri mi hanno gettato, legato, sopra una nave.

Penso a Prévot che non ritorna. Non l’ho inteso lagnarsi una sola volta. Meglio così: mi sarebbe stato insopportabile sentirlo genere. Prévot è un uomo.

Oh, eccolo che agita la lampada a cinquecento metri da me. Ha perduto le tracce! Non avendo la lampada per risponderli, mi alzo, grido, ma egli non sente. Una seconda lampada si accende a duecento metri dalla sua, una terza lampada. Buon Dio, e una battuta e mi si cerca!

Gridò:

— Ohé!

Ma non mi sentono.

Le tre lampade rinnovano i segnali di richiamo.

Non sono pazzo stasera, mi sento bene, sono calmo. Guardo con attenzione: le tre lampade, a cinquecento metri, ci sono.

— Ohé!

Ma non sentono, non mi sentono.

Allora sono preso da un attimo di panico, l’unico. Oh, io non posso ancora correre: «Aspettate… Aspettate…». Essi si voltano indietro, si allontanano a cercare altrove, e io sto per cadere! Sto per cadere sulla soglia della vita, quando già delle braccia si aprivano ad accogliermi…

— Ohé! Ohé!

— Ohé!

Mi hanno udito. Soffoco, soffoco, ma corro ancora. Corro nella direzione della voce: «Ohé!» scorgo Prévot e stramazzo a terra.

— Ah, quando ho venduto tutte quelle lampade!…

— Quali lampade?

È vero, egli è solo.

Questa volta non provo disperazione alcuna, ma una sorda collera.

— E il vostro lago?

— Si allontanava a ogni passo che facevo. E ho camminato per una mezz’ora. Dopo una mezz’ora era troppo lontano e sono tornato. Ma son sicuro adesso che era un lago…

— Siete pazzo, assolutamente pazzo. Perché l’avete fatto?… Perché?

Che cosa ha fatto? Perché l’ha fatto? Piangerei di indignazione, e non so per quale ragione sono indignato. Prévot si spiega con voce strangolata:

— Avrei tanto voluto trovare da bere… Le vostre labbra sono così bianche!

La mia collera cade… Mi passo una mano sulla fronte, come se mi svegliassi, e mi sento triste. Racconto a bassa voce :

— Ho visto come vedo voi, ho visto chiaramente, senza errore possibile, tre luci… Vi dico che le ho viste, Prévot!

Prévot tace un poco:

— Eh sì, confessa infine, va male.

 

La terra irradia rapidamente sotto quest’atmosfera senza vapore acqueo. Fa già molto freddo. Io mi alzo e mi muovo, ma subito sono preso da un insopportabile tremito. Il mio sangue disidratato circola malissimo e un freddo glaciale mi penetra, che non è solo il freddo della notte. Mi battono le mascelle e tutto il mio corpo è agitato da sussulti. Non posso più servirmi di una lampada elettrica tanto la mia mano la scuote. Non sono mai stato sensibile al freddo, eppure sto per morire di freddo, strano effetto della sete!

Ho lasciato cadere il mio impermeabile non so dove, stanco di portarlo col caldo: e il vento a poco a poco peggiora. Ora so che nel deserto non vi è alcun rifugio: esso è liscio come il marmo, non forma ombra alcuna durante il giorno, e la notte vi abbandona nudo al vento. Non un albero, non una siepe, non una pietra che possa ripararmi. Il vento mi assale come una carica di cavalleria in terreno scoperto. Giro in tondo per sfuggirlo, mi corico e mi rialzo; ma disteso o in piedi sono esposto ugualmente a questa frusta di ghiaccio. Non posso correre, non ho più forze, non posso fuggire gli assassini, e casco sulle ginocchia, la testa nelle mani, sotto il loro coltello.

Rinvengo un poco più tardi, quando, rialzatomi, cammino diritto davanti a me sempre tremando. Dove sono? Già sono partito e odo la voce di Prévot. I suoi richiami mi hanno risvegliato…

Ritorno verso di lui, sempre agitato da questo freddo, da questo singulto di tutto il corpo. E mi dico: «non è il freddo; è ben altro: è la fine». Mi sono già troppo disidratato; tanto ho camminato l’altro ieri, e ieri quando andai solo.

Mi dispiace di finire dal freddo. Preferirei i miei raggi interiori, quella croce, quegli arabi, quelle lampade. Dopotutto la cosa cominciava a interessarmi: e non voglio essere flagellato come uno schiavo…

Eccomi ancora in ginocchio.

Abbiamo portato con noi un po’ di farmacia: cento grammi di etere puro, cento grammi di alcool a novanta gradi, ed una boccetta di iodio. Tento di bere due o tre sorsi di etere puro. È come se inghiottissi dei coltelli. Poi un po’ di alcool a novanta, ma quello mi serra la gola.

Scavo una fossa nella sabbia, mi corico, e di sabbia mi ricopro, solo col volto fuori. Prévot ha trovato un po’ di sterpi, e accende un focherello che presto si estinguerà. Prévot rifiuta di sotterrarsi nella sabbia, e preferisce battere i piedi. Ha torto.

La mia gola non si diserra, ed è cattivo segno; pure mi sento meglio, mi sento calmo. Calmo, oltre ogni speranza. Me ne vado mio malgrado in viaggio, legato sul ponte del mio vascello di negrieri sotto le stelle. Ma non sono forse molto infelice…

Non sento più il freddo, a patto di non muovere un muscolo. Allora dimentico il mio corpo addormentato sotto la sabbia. Non mi muoverò più e così non soffrirò più mai. E già, io soffro veramente così poco. Dietro tutti questi tormenti è l’orchestrazione della fatica e del delirio, che tutto cambia nl libro di immagini, il racconto di fate un po’ crudele… Poco fa il vento mi inseguiva e, per fuggirlo, giravo in tondo come una bestia. Poi ho fatto fatica a respirare: un ginocchio mi schiacciava il petto. Un ginocchio. E mi dibattevo contro il peso dell’angelo. Non fui mai solo nel deserto. Ora non credo più in quel che mi circonda, io rientro in me, chiudo gli occhi e non muovo più ciglio. Tutto questo torrente di immagini mi trascina, lo sento, verso un sogno tranquillo: i fiumi si calmano nella profondità del mare.

Addio, voi che amai. Non è mia colpa se il corpo umano non può resistere tre giorni senza bere. Non mi credevo tanto prigioniero delle fontane, non supponevo una così breve autonomia. Si crede che l’uomo possa andarsene diritto dinanzi a sé, si crede che l’uomo sia libero… non si vede la corda che lo attacca al pozzo, che lo legga, come un cordone ombelicale, al ventre della terra. Se fa un altro passo, muore.

A parte la nostra sofferenza, io non rimpiango niente. A conti fatti, ho avuto la parte migliore. Se rientrassi, ricomincerei: ho bisogno di vivere e nelle città non c’è vita umana.

Non si tratta qui di aviazione. L’aviazione non è un fine, è un mezzo. Non per l’aeroplano si rischia la vita, come il contadino non lavora per l’aratro. Ma per mezzo dell’aeroplano si lasciano le città con i loro contabili, e si ritrova una verità paesana.

Si fa un lavoro da uomo e si apprendono occupazioni d’uomo. Si è a contatto col vento, con le stelle, con la notte, con la sabbia, col mare. Si gioca d’astuzia con le forze naturali. Si attende l’alba come il giardiniere attende la primavera. Si attende lo scalo come una terra promessa, e si cerca la propria verità tra le stelle.

Non mi compiangerò. Da tre giorni ho camminato, ho avuto sete, ho seguito delle piste sulla sabbia, ho fatto della rugiada la mia speranza. Ho cercato di raggiungere la mia specie, che avevo dimenticato dove abitasse sulla terra. E queste sono occupazioni di uomini vivi. Non posso non giudicarle più importanti della scelta, la sera, di una sala da ballo.

 

Più non comprendo quelle popolazioni dei treni di sobborgo, quegli uomini che si credono uomini eppure sono ridotti, da una pressione che non sentono, come le formiche, alla mediocre abitudine. Di che cosa riempiono, quando sono liberi, le loro assurde piccole domeniche?

Una volta in Russia ho inteso suonare Mozart in un’officina. L’ho scritto, ed ho ricevuto duecento lettere di ingiurie. Io non ce l’ho con chi preferisce il caffè-concerto, perché non conoscono essi altro canto: ce l’ho con i direttori di caffè-concerto. Non voglio che si infognino gli uomini.

Nel mio mestiere io sono felice: mi sento contadino degli scali. Nei treni di sobborgo, sento la mia agonia ben altrimenti che qui. Qui, a conti fatti, che lusso!…

Non rimpiango niente. Ho giocato e ho perduto: è nell’ordine del mio mestiere. Ma comunque ho respirato il vento del mare.

Coloro che l’hanno assaporato una volta non dimenticano questo nutrimento. Non è vero, camerati? E non si tratta di vivere pericolosamente. Questa formula è pretenziosa. I toreador non mi piacciono. Non il pericolo amo: io so quello che amo: amo la vita.

 

Mi sembra che il cielo vada schiarendo. Tolgo un braccio dalla sabbia. Ho un telo a portata di mano, lo tasto, ma è secco. Aspettiamo: la rugiada si depone all’alba. Ma l’alba sorge senza bagnare i nostri teli. Allora le mie riflessioni si imbrogliano un po’ e mi ascolto dire: «C’è qui un cuore secco… un cuore secco… un cuore secco che non sa formare delle lacrime!…».

— Prévot, in marcia! Le nostre gole non si sono ancora chiuse: bisogna andare.

 

 

VII

 

Soffia il vento dell’Ovest che dissecca gli uomini in diciannove ore. Il mio esofago non è ancora chiuso, ma è duro e dolorante: già vi presento qualcosa che raschia. Fra poco comincerà quella tosse, che mi è stata descritta e che attento. La lingua mi molesta, ma il piu grave è che già scorgo dei luccicori intorno. Quando si muteranno in fiamme, mi coricherò.

Camminiamo in fretta approfittando della frescura del primo mattino. Sappiamo bene che in pieno sole, come dicono, non cammineremo più. In pieno sole…

Non abbiamo il diritto di traspirare; e nemmeno quello di attendere. Questa frescura non è che una frescura diciotto per cento di umidità. Questo vento che soffia viene dal deserto; e sotto questa carezza tenera e bugiarda, il nostro sangue evapora.

Abbiamo mangiato un po’ d’uva il primo giorno. Da tre giorni una mezza arancia e una mezza pera. Ccon quale saliva avremmo masticato il nostro cibo? Ma non ho alcuna fame, non ho che sete, e mi sembra ormai che più che sete provo gli effetti della sete: questa gola dura, questa lingua di gesso, questo raschiamento e questo abominevole sapore in bocca. Sono sensazioni nuove per me. Certo l’acqua le guarirebbe, ma non ho ricordi che loro associano questo rimedio. La sete diviene sempre più una malattia e sempre meno un desiderio.

Mi pare che le fontane e i frutti mi offrono già delle immagini meno strazianti. Dimentico lo splendore dell’arancia come mi pare di avere dimenticato le mie tenerezze. Forse già dimentico tutto.

Ci siamo seduti, ma bisogna ripartire. Rinunciamo alle lunghe tappe. Dopo cinquecento metri di marcia caschiamo dalla fatica, e io provo una gran gioia di stendermi. Ma bisogna ripartire.

Il paesaggio cambia: le pietre diradano. Camminiamo ora sulla sabbia. A due chilometri davanti a noi, delle dune. Su quelle dune qualche macchia di vegetazione bassa. All’armatura di acciaio, preferisco la sabbia: è il deserto biondo. È il Sahara. Credo di riconoscerlo…

Ora siamo sfiniti dopo duecento metri.

— Camminiamo lo stesso, almeno fino a quegli arbusti.

È un limite estremo. Quando rifaremo le nostre tracce in vettura, otto giorni dopo, per cercare il Simoun, verificheremo che quest’ultimo tentativo fu di 80 chilometri. Ne ho dunque già coperti circa duecento. Come potrei proseguire?

Ieri camminavo senza speranza, oggi queste parole hanno perduto il loro senso. Oggi camminiamo perché camminiamo, come i buoi al lavoro. Ieri sognavo dei paradisi di aranceti; oggi non vi sono più paradisi, per me. Non credo più all’esistenza delle arance.

Non avverto più nulla in me fuori di una grande secchezza di cuore. Sto per cadere e non conosco la disperazione. Non sento pena alcuna; e me ne dispiace, perché il dolore mi parrebbe dolce come l’acqua. La pietà di sé è come il pianto di un amico; ma io non ho più amici al mondo.

Quando mi ritroveranno, gli occhi bruciati, immagineranno che tante volte abbia invocato aiuto, e tanto abbia sofferto. Ma gli slanci, i rimpianti, i teneri patimenti sono anche una ricchezza; e io non ho più ricchezze. Le fresche fanciulle, la sera del loro primo amore, conoscono il dolore e piangono. Il dolore è legato ai fremiti della vita: io non ho più dolore…

Il deserto sono io. Non formo più saliva, ma nemmeno formo più le dolci immagini verso le quali avrei potuto piangere. Il sole ha disseccato in me la sorgente delle lacrime.

Eppure che cosa ho visto? Un soffio di speranza è passato sopra di me come improvviso vento sul mare. Quale segno viene a destare il mio istinto prima di colpire la mia coscienza? Nulla è cambiato eppure tutto è cambiato. Questa tovaglia di sabbia, queste ondulazioni del terreno e queste leggere placche di verdura non compongono più un paesaggio, ma una scena. Una scena ancora vuota, ma tutta preparata. Guardo Prévot: egli è stupito dello stesso mio stupore, ma non comprende più di me quello che prova.

Vi giuro che sta per accadere qualche cosa…

Vi giuro che il deserto si è animato. Vi giuro che questa assenza, che questo silenzio, improvvisi, sconvolgono più di un tumulto di pubblica piazza…

 

Siamo salvi, ci sono delle tracce sulla sabbia!…

Avevamo perduto la pista della specie umana, eravamo tagliati dalla compagnia della tribù, ci eravamo ritrovati soli al mondo, dimenticati da una migrazione universale, ed ecco che scopriamo, impressi nella sabbia, i piedi miracolosi dell’uomo.

— Qui, Prévot, due uomini si sono separati…

— Qui un cammello si è inginocchiato…

— Qui…

Eppure non siamo ancora salvi, attendere non ci basta. Fra qualche ora non sarà possibile soccorrerci. La marcia della sete, cominciata la tosse, è troppo rapida.

Ma Io credo in questa carovana che va dondolando, non so dove, nel deserto.

 

Abbiamo dunque camminato ancora e tutt’a un tratto ho udito il canto del gallo. Guillaumet mi aveva detto: «Verso la fine sentivo dei canti di gallo nelle Ande; sentiva anche rumor di ferrovie…».

Mi ricordo del suo racconto nell’istante in cui il gallo canta, e mi dico: «Sono i miei occhi che mi hanno prima ingannato: effetto certo della sete. Gli orecchi hanno resistito meglio…».

Ma Prévot mi ha afferrato il braccio:

— Avete sentito ?

— Che cosa?

— Il gallo!

— Allora… Allora…

Allora, certo, imbecille, è la vita…

Ho avuto un’ultima allucinazione: quella di tre cani che mi inseguivano. Prévot, che pure guardava, non ha visto nulla. Ma siamo in due a tendere le braccia verso quel beduino. Siamo in due a spremere verso di lui tutto il fiato dei nostri polmoni. Siamo in due a ridere di felicità!…

E le nostre voci non arrivano a trenta metri. Le corde vocali sono già secche. Ci parliamo l’un l’altro a bassa voce e non lo avevamo neppure avvertito.

Ma quel beduino e il suo cammello, che spuntavano di là dal poggio, ecco che lentamente, lentamente si allontanano. Forse quell’uomo è solo. Un demone crudele ce l’ha mostrato per ritirarlo…

E noi non potremmo più correre!

Un altro arabo appare di profilo sulla duna. Noi urliamo, ma a voce bassa. Allora agitiamo le braccia e abbiamo l’impressione di riempire il cielo di segnali immensi. Ma quel beduino continua a guardare alla sua destra…

Ed ecco che, senza fretta, egli ha abbozzato un quarto di giro. All’istante medesimo in cui si presenterà di fronte, tutto sarà compiuto. All’istante medesimo in cui guarderà verso di noi, egli avrà cancellato in noi la sete, la morte e i miraggi. Egli ha iniziato appena un quarto di giro e già cambia il mondo. Con un solo movimento del busto, con un solo accennar dello sguardo, egli crea la vita, simile a un Dio…

E un miracolo… viene a noi sulla sabbia, come un Dio sopra il mare…

 

L’arabo ci ha semplicemente guardati. Ha premuto con le mani sulle nostre spalle e noi l’abbiamo obbedito. Ci siamo distesi. Qui non ci sono piu razze, né linguaggi, né divisioni… c’è solo questo nomade povero che ci ha posato sulle spalle le sue mani d’arcangelo.

Abbiamo atteso, la fronte nella sabbia, e ora beviamo, ventre a terra, la testa nel catino, come vitelli. Il beduino se ne spaventa, e ci obbliga ogni tanto a interromperci, ma non appena ci lascia rituffiamo il viso dell’acqua

L’acqua.

Acqua, tu non hai né gusto, né colore, né aroma, non si non ti si può definire, ti si gusta, senza conoscerti. Tu non sei necessaria alla vita: sei la vita. Ci penetri di un piacere che non si spiega coi sensi. Con te rientrano in noi tutti i poteri a cui avevamo rinunziato. Mercé tua si aprono in noi tutte le sorgenti disseccate del nostro cuore.

Tu sei la più grande ricchezza che sia al mondo, e sei anche la più delicata, tu così pura nel ventre della terra. Si può morire sopra una sorgente di acqua magnesiaca, si può morire a due passi da un lago salato, si può morire malgrado due litri di rugiada che contengono disciolti dei sali. Tu non ammetti miscugli, non sopporto alterazioni, sei un’ombrosa divinità…

Ma tu diffondi noi una felicità infinitamente semplice.

 

Quanto a te che ci salvi, beduino di Libia, non ti cancellerai più dalla nostra memoria. Non mi ricorderò mai del tuo viso: tu sei l’Uomo e mi apparirai sempre col volto di tutti gli uomini insieme. Tu non ci hai mai visti e già ci hai riconosciuti: sei il fratello amato e anch’io ti riconoscerò in tutti gli uomini.

Mi apparirai contesto di nobiltà e di benevolenza, gran Signore che ha il potere di dissetare. Tutti gli amici miei, tutti i miei nemici in te riuniti mi vengono incontro, e io non ho più un solo nemico al mondo.

 

 

VIII

GLI UOMINI

 

Ancora una volta ho sfiorato una verità che non ho ben compresa. Mi sono creduto perduto, ho creduto toccare il fondo della disperazione; poi accettata la rinunzia , ho conosciuto la pace. Sembra di scoprire in quelle ore se stessi e di divenire il proprio amico. Più nulla potrebbe prevalere contro un sentimento di pienezza, il quale soddisfa non so quale bisogno essenziale ch’è in noi allo stato latente. Bonnafus, che si affaticava ad inseguire il vento, ha conosciuto, immagino, questa serenità. Anche Guillamet nella neve. Come potrei io stesso dimenticare che, affondato nella sabbia fino alla nuca e lentamente strangolato dalla sete, ho avuto tanto caldo al cuore sotto il mio mantello di stelle?

In che modo stimolare in noi questa specie di liberazione? Lo so tutto è paradossale nell’uomo. Si assicura il pane a costui per consentirgli di creare ed egli si addormenta, il conquistatore vittorioso si sfibra, il generoso, se arricchisce, diventa ladro. Non importano le dottrine politiche che pretendono elevare gli uomini, se non conosciamo da prima qual tipo di uomo esse eleveranno. Chi sta per nascere? Non siamo un maggese da concimare: e l’apparizione di un Pascal povero conta assai più che la nascita di un certo numero di ricchi anonimi.

Noi non sappiamo prevedere l’essenziale. Ognuno ha conosciuto le gioie più calde là dove nulla gliele prometteva; ed esse ci hanno lasciato una così struggente nostalgia da farci rimpiangere perfino le nostre miserie, se le nostre miserie ce le hanno permesse. Tutti abbiamo assaporato, ritrovando dei compagni, l’incanto dei mesti ricordi.

Nulla sappiamo, fuori che esistono condizioni sconosciute le quali ci fertilizzano. Dov’è di casa la verità dell’uomo?

La verità non è ciò che si dimostra. Se in questo terreno e non in un altro gli aranci sviluppano salde radici e si caricano di frutta, questo terreno è la verità degli aranci. Se quella religione, se quella cultura, se quella scala di valori, se quella forma di attività, e non altre, favoriscono nell’uomo la sua pienezza, rivelando in lui il gran signore che si ignorava, vuol dire che quella scala di valori, quella cultura, quella forma di attività sono la verità dell’uomo. La logica? Che si sbrogli, la logica, per rendere conto alla vita.

 

 

Estratto da A. De Saint Exupery, Terra degli uomini, Garzanti, Milano, 1942, prima edizione, traduzione di Michele Saponato, pag. 127-187.

  • Inserisci il tuo indirizzo email per ricevere notizia dei nuovi articoli.

    Unisciti a 61 altri iscritti
  • .