Jeung Kai Hung

Jeung Kai Hung

Alcune settimane fa, in un breve scritto per Rinaldi promisi che avrei raccontato la storia che mi accingo a scrivere: quella di un cinese ospitato a Mirabello (o meglio dovrei dire, adottato da Mirabello) per venti giorni, oltre trent’anni fa.

In quello scritto, a proposito di come nascessero le iniziative “estive” che riguardavano Franco e noi, i suoi amici del Ruglet, accennavo alla leggerezza, alla giocosità quasi, con le quali esse prendevano corpo per assumere via via, profondo significato e, credo, peso culturale.

Penso proprio che sia capitato così anche nell’affaire Jeung Kai Hung, l’artista cinese che facemmo venire da Pekino, che fu il primo nella storia a uscire dalla Cina per ragioni culturali ed artistiche senza far parte di una delegazione. Ed eravamo, si badi, nel gennaio 1982. Non si trattò di un avvenimento impensabile, visto che fu pensato, ma incredibile, questo sì, a quel tempo. E’ andata più o meno così.

Il mio medico di famiglia e amico, il dottor Gilli, che a Mirabello tutti ricordano, si era recato sul finire degli anni ’70 in Cina, in gita con calendario e itinerario prestabiliti e inderogabili.

Ma la Cina è, e certamente lo era allora, paese imprevedibile. Così fu deciso che doveva visitare una Comune nella Regione Autonoma della Nazionalità Zang di Guangxi con capoluogo Nanning. Fu visita curiosa e divertita, perché il successo e l’efficienza di una Comune si misuravano dal numero delle “macchine” di cui era dotata e per macchina, s’intendeva tutto ciò che aveva un cuore meccanico, dall’orologio alla trebbiatrice.

Visitato l’ospedale con le sue dotazioni da brivido, si visitò una scuola. Appese alle pareti delle aule c’erano … delle acqueforti. Il mio amico, che da poco frequentava lo STUDIOMERLI (grafica e incisioni moderne e contemporanee), facendo sfoggio di competenza, spiegò di che si trattava. I lavori erano opera di un insegnate locale, Jeung Kai Hung, che qualcuno chiese di poter incontrare e i gitanti ferraresi tornarono dalla Cina con un ricordo indelebile in più: un’acquaforte di Jeung Kai Hung ciascuno, acquistata direttamente dall’artista.

Non mi sono note le modalità e le strategie di quell’acquisto (le opere d’arte appartengono allo stato e in Cina si sa sono notevolmente severi). Ma tutto s’aggiusta. Tutto il mondo è paese.

Ci fu scambio d’indirizzi e tornato, il mio amico Gilli cominciò a ricevere disegni, incisioni, acquerelli e lettere scritte in cinese, che si riusciva poi a fare tradurre solo a Verona da una insegnate dell’università, che si prestò con gentilezza. Ma non si poteva abusarne. Si optò per l’inglese semplificando le cose. Jeung seguitò a scrivere ad Augusto, a inviare materiale.

Saputa questa cosa, chiesi all’amico di mostrarmi quei lavori. Erano centinaia. Condotti con ogni buona norma, naturalmente poetici e, devo dire, realistici senza troppe concessioni alla retorica, marxista-leninista maoista, allora da noi di moda. C’era poesia, ma il valore commerciale era nullo. Nessun artista da noi, in occidente, avrebbe venduto lavori come i suoi e nessun collezionista li avrebbe comprati. Che farsene?

Mi balenò un’idea: poiché nelle lettere Jeung esprimeva grande ammirazione per l’arte italiana, si sarebbe potuto allestire nel mio studio una mostra, destinando il ricavato delle vendite ad un possibile viaggio dell’artista in Italia. Conosciuto lo scopo della mostra, in tanti avrebbero contribuito. L’idea piacque a Gilli e al Ruglet. La casa di Franco Rinaldi proprio di fronte alla chiesa, divenne ipso-facto il quartier generale dell’Operazione Jeung (lì preparammo comunicati stampa, mostra, catalogo, presentazione). La mostra ebbe il successo sperato. Un’ulteriore mostra fu allestita a Cento a cura di una Cooperativa per la Promozione di Attività Culturali e Sociali, sempre allo scopo dichiarato. Ci fu fraintendimento da parte di qualcuno, sulle finalità della mostra e rischiai, con Gilli ed altri, una denuncia per esercizio abusivo di attività commerciale. Poi il buon senso prevalse.

Raccogliemmo quanto poteva servire a finanziare l’eventuale viaggio di Jeung Kai Hung.

Prendemmo contatti con l’ambasciata di Roma e con l’Addetto Culturale Mr. Sun Hi; sottoscrivemmo in dieci o dodici la domanda di avere tra noi, a Mirabello per motivi puramente culturali e di studio il “professore cinese”. Figurava, naturalmente, tutto a nostre spese e carico.

E arrivò l’invito a recarci, il dottor Gilli ed io, all’ambasciata Cinese a Roma. Era di sabato. Il dottore chiuse l’ambulatorio alle undici e mezza e partimmo.

Poco dopo le tre del pomeriggio suonavamo a via Nomentana. Ci aprì un guardiano sorridente, con la camicia bianca di nylon a mezze maniche. Il ritratto di Mao occhieggiava dappertutto, ma non c’era però l’atmosfera che francamente mi sarei aspettato. L’incontro fu cordiale condito di disgustose sigarette e the cinesi. Mr. Sun Hi aveva un dossier completo dei fatti che riguardavano Jeung e le sue mostre. Non c’erano obiezioni di sorta al progetto, salvo quelle ideologiche, ma anche quelle furono superate. Ci impegnammo ad anticipare le spese di viaggio. Appena possibile, l’ambasciata ci avrebbe avvertito dell’arrivo di Jeung alla stazione di Bologna.

Il rientro a Mirabello fu incredibilmente veloce e per non ricomparire troppo presto ci fermammo a Poggiorenatico da Rolando a comprare un mastellino di gelato per il dopocena del Ruglet.

Passato qualche mese, otto mi pare, finalmente la telefonata di Mr. Sun Hi: lunedì ore 19 alla stazione di Bologna, rapido da Roma, binario n.1.

Organizzammo un’accoglienza memorabile. Il Sindaco Matteuzzi, la Commissione Cultura del Comune, il Ruglet, i sottoscrittori, tutti eravamo autoinvitati (a pagamento) alla cena di lunedì, compresi quelli che avevano incontrato Jeung in Cina.

A Bologna, lungo il binario, Franco Rinaldi, il dottore ed io, aspettavamo l’arrivo del rapido. Conoscevamo l’aspetto di Jeung perché fra noi c’era stato nel frattempo, oltre le lettere scambio di polaroid. Disceso dall’ultimo vagone, con un’enorme valigia, un cappotto grigio, guanti di lana azzurri e un berretto blu, Jeung pareva un marziano: alle soglie della sera, a quattordicimila chilometri da casa, in un paese straniero. Sapemmo poi, con sette dollari in tasca.

Durante il tragitto per Mirabello, lo guardai nelle specchietto retrovisore. Aveva l’aria di chi non sa se sta sognando o se ciò che gli capita sia proprio vero

All’arrivo dalla Piera mai abbastanza compianta, ci fu un’ovazione di benvenuto che spaventò e commosse Jeung cui brillavano gli occhi.

Jeung ringraziò nel suo inglese incerto e con gesti oltremodo espressivi indicò l’ultima falange del suo mignolo sinistro a dire che lui, il più piccolo degli uomini non meritava tanto, e scuoteva la testa incredulo.

Nel bel mezzo dell’incontro arrivò la telefonata di Mr. Sun Hi. Chiese di parlare con me: <<Avete ricevuto il professore? Come vi intendete con lui?>> Lo rassicurai dicendo che ci parlavamo in inglese, coi segni …, e poi c’era con noi una ragazza cinese che studiava medicina a Bologna e fra loro parevano capirsi. Questo allarmò Mr. Sun Hi: <<Una cinese? Come è uscita dalla Cina? Non deve parlare con il professore! Vi mando l’interprete.>> Gli dissi che facesse pure, ed ero davvero seccato. L’interprete avrebbe viaggiato a spese proprie e noi non avremmo cambiato di una virgola il nostro comportamento. Gli dissi chiaro e tondo che non c’erano fini politici dietro il nostro comportamento, che nessuno voleva convincere Jeung a scappare dalla Cina; che per noi, per me almeno, ognuno ragiona e deve ragionare con la propria testa. Poi dissi che c’era anche il Sindaco: <<Il Sindaco? Di che partito è?>> <<Comunista>> risposi piccato.

<<Mi faccia parlare col Sindaco>> Matteuzzi si prestò volentieri e dopo breve colloquio, Mr. Sun Hi mi rivolle parlare. <<Fra venti giorni me lo metterete sul treno, mi raccomando. Non vi disturberò più. Buona sera>>.

Il resto della vicenda lo ricorderanno in tanti: lo accompagnammo, i miei amici ed io, a Firenze dove al Consolato Britannico Jeung ottenne il passaporto di Hong Kong allora protettorato britannico, essendovi nato; agli Uffizi dove dichiarò che gli sembrava che gli scoppiasse la testa e all’Accademia dove rischiò la sindrome di Standhal al cospetto dei prigioni di Michelangelo; a Urbino dove incontrò allievi, docenti e i direttori dell’Istituto d’Arte e dell’Accademia d’Arte; a Venezia dove non smise di disegnare neppure per mangiare. Non ne aveva il tempo e gli infilavo in bocca spicchi di mandarini tra un disegno, uno schizzo e l’altro. Lo portammo a Milano, a Ravenna, a Bologna dove incontrò la numerosa colonia cinese locale, e naturalmente a Ferrara.

Avemmo, in venti giorni, occasione di conoscerci a fondo. Ospite quotidiano a casa mia (dormiva a casa di Gilli), a Mirabello tanti lo invitavano.

A chi chiedesse perché la stampa locale non parlò dell’avventura del cinese a Mirabello, dirò che fu per nostra scelta di non informarla -vista l’occhiuta censura cinese- per evitare a Jeung altre restrizioni di movimento ed eventuali rappresaglie al rientro in Cina

Sconosciuto in Europa, non c’erano note critiche al lavoro di Jeung. Io stesso (nella presentazione della mostra ferrarese visto lo scopo di quella) badai più che altro a stimolare la curiosità dei visitatori. Allora dell’arte in Cina si sapeva pochissimo, quasi nulla. Tuttavia riuscii a mettere insieme alcune note biografiche e testimonianze che trascrivo.

Jeung Kai Hung è nato nel 1934 ad Hong Kong; nella sua famiglia, cinese d’oltremare, si contano banchieri ed artisti. Nel volgere di quattro anni con la morte del nonno prima e del padre poi, la famiglia venne a trovarsi in grandi difficoltà per cui, perduto ogni avere, si stabilì nel continente, nella regione di Chao-an di Canton.

Jeung Kai Hung cominciò a disegnare all’età di sei anni, copiando i fiori e gli uccelli che sua madre dipingeva per mantenere la famiglia. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, profugo, fu di nuovo ad Hong Kong dove frequentò la scuola primaria annessa al liceo; dopo la guerra rientrò definitivamente in Cina.

Nel periodo di incertezza che seguì gli eventi bellici e successivamente quelli interni cinesi, il giovane Jeung pensò di arruolarsi nell’esercito, ma poi entrò come operaio in una fonderia.

Nel 1953 a seguito di un concorso, entrò all’Università dove ebbe modo di distinguersi nelle discipline artistiche. Dopo circa due anni di studi intensi e grandi rinunce, Jeung si presentò ad un concorso all’Istituto Centrale di Belle Arti di Pechino, vinto il quale fu ammesso ai corsi d’incisione.

Con l’insegnamento di validi incisori come Li-Hao e Gu-Juang il giovane artista ebbe modo di affinare i propri mezzi espressivi e la propria sensibilità; ancora studente, sue opere furono selezionate e presentate a mostre nazionali ed internazionali. Terminati gli studi, nel 1962 fu inviato a Canton; passò poi all’Istituto d’Arte Guangxi e quindi alla scuola di Nanning.

Superando enormi difficoltà riuscì a costruirsi un torchio per la stampa delle proprie incisioni e attraverso un lungo lavoro di ricerca e di studio, divenne uno dei maggiori incisori cinesi.

Recentemente è stato chiamato all’insegnamento all’Istituto Centrale di Belle Arti di Pechino.

 

Jeung Kai Hung è cresciuto nel sud della Cina, assorbendo la naturale bellezza di quella terra e la vivida immaginazione delle popolazioni di quell’area. Tante, innumerevoli volte è andato nei campi per ritrarre dal vivo la vita dei contadini delle terre del sud, dividendo spesso le loro fatiche, per cogliere in rapidi schizzi che poi ha tradotto in immagini di grande suggestione, nelle quali è immediatamente avvertibile la totale adesione al mezzo incisorio, che usa col massimo scrupolo e con le regole dovute.

Le sue opere “Rapide dello Jangtse” e “Navigazione notturna” di una bellezza più che evidente, sono un esempio che cito volentieri della capacità affatto personale dell’artista, di fondere visione e tecnica, poesia e capacità di sintesi.

E’ certo che il lavoro di Jeung ha raggiunto ormai un livello i qualità definitiva; ogni opera si avvale di una struttura “sonora” fatta di linee scorrevoli che contornano le immagini conferendo loro lucentezza e chiarezza formale. Se ne potrà rendere conto, chi visiterà la mostra per lui allestita nella città di Ferrara. Auguro a Jeung tanto successo. (Wang Qi)

 

L’arte in Cina è sempre stata realistica e i pochi lavori di puro formalismo che conosciamo, li abbiamo veduti nei paesi dell’Europa Orientale.

Ciò può spiegare almeno in parte, come nell’attuale panorama artistico cinese perduri l’influenza della pittura tradizionale; tuttavia si può notare come la xilografia principalmente, ma anche l’acquaforte, vadano acquistando un maggior prestigio. E’ conseguenza immediata e felice degli avvenimenti recentemente accaduti al vertice della società cinese, che l’occidente conosce come lo sgominamento della cosiddetta “Gang dei Quattro”. Sotto quel regime l’artista era sottoposto a censure ed impedimenti di ogni genere; il lavorare a soggetti lirici era pressoché bandito.

Ne derivò all’incisione, che per sua specifica caratteristica è il mezzo espressivo più idoneo ad esprimere tali sentimenti, una vera e propria ostilità, sicché ci troviamo ora a doverne insegnare le tecniche, ex novo. (Jeung Kai Hung)

 

Dopo il soggiorni italiano, Jeung tornò a Nanning a malincuore e da lì a Pechino dove tenne alcune conferenze. Da Pechino andò a Hong Kong, lasciando in Cina la moglie e tre figli; non fece l’artista, bensì il guardiano notturno.

Si venne poi a sapere che era morto ad Hong Kong in data sconosciuta ma certamente posteriore al novembre 1984.

A Bologna dove lo mettemmo sul rapido per Roma al mattino presto aveva le guance bagnate. Cuciti nei panni che indossava portava con sé 2500 dollari americani che servirono a comperare un televisore per la famiglia e medicine per il figlio più piccolo che soffriva di anemia.

Come insegnante percepiva un compenso pari a un decimo di quello di un insegnate italiano di pari grado e arrotondava lo stipendio disegnando vignette politiche per il Partito Comunista Cinese e di questo un poco si vergognava. Non era cristiano perché quando lo accompagnai in visita alla cattedrale di Ferrara, durante la messa mi chiese cosa stesse facendo mia moglie incolonnata per ricevere l’Eucarestia. Jeung si annoiava. Mostrava interesse solo per le pitture del catino dell’abside, con l’affresco che mi chiese se era di Michelangelo evidentemente trattandosi di un “Giudizio Universale”. Spiegai che non si trattava di Michelangelo, ma di un suo allievo e sodale, il Bastianino. Rimase poi in silenzio a guardare, facendo scorrere l’indice della mano destra sul palmo della mano sinistra come se vi stesse disegnando.

Una nota curiosa: chi visita il Museo di Palazzo Sessa/Aldrovandi incontra un ritratto cinese di Franco Rinaldi con la dedica “To Mr. Merli”; io possiedo un mio ritratto, come quello di Rinaldi, eseguito in Cina sulla scorta delle fotografie che c’eravamo scambiate. Il mio ritratto reca la dedica “To Mr. Rinaldi”. Evidentemente nella sua concezione “romantica” dell’arte, il più interessato tra me e Rinaldi doveva portare i baffi, la barba e i capelli lunghi.

14 agosto 2014

 Sandro Merli

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