10.4.2 – L’ Impresa di Pompeo Aldrovandi (Pannelli 16 e 18)

II cardinale Pompeo mobilitò tutte le persone di sua fiducia, tra questi il suo fattore Monti, i periti Bordoni e Bonaccorsi, i consulenti bolognesi Piacentini e Angelini, l’architetto Cassani, e con loro studiò una serie di progetti, dopo aver fatto rilevare con cura i livelli e le pendenze del terreno e aver ricostruito la storia e le vicende del fiume. Il cardinale ascolta tutti, poi decide di sua testa, anche quando qualcuno lo mette sull’avviso che la spesa è eccessiva e il risultato malsicuro. Fa piantare gradizzi[1] ed elevare argini per regolare le torbide, e dà inizio alla costruzione della chiavica2, una grande opera in muratura (vedi prospetto 16.2 e progetto 16.5), vero centro economico della Impresa Aldrovandi” un’opera notevole ma anche malfida perché posta uno dei punti più delicati deIl’arginatura di Reno tra S. Carlo e Mirabello, tra la bòtta Annegati e la bòtta Bisacca. Le opposizioni all’opera furono molte; ammettere che un privato potesse a suo piacimento inondare terre al di qua dell’argine del Reno, presuppone l’accettazione di una inevitabile conseguenza: utilizzate per il vantaggio degli Aldrovandi le torbide, le acque chiare sarebbero scolate nei territori limitrofi, allagando con gravi danni e senza possibilità di futuri vantaggi le terre dei vicini. Pressoché indifferente il Sampietri, le cui terre erano poste a monte e protette da un robusto argine sul confine con gli Aldrovandi; stabilito un accordo coi Piatesi, che non vollero vendere le paludi attorno a Raveda, ma che accettarono di affittarle a Pompeo, autorizzandolo a tentare su di esse la bonifica; il cardinale affrontò l’intesa dei proprietari interessati che si opposero all’autorizzazione che l’Assunteria delle Acque avrebbe dovuto dare alla sua iniziativa.

16.2 Prospetto Chiavica copia

Prospetto 16.2 – 1721 – La Chiavica del Cardinale Aldrovandi, detta la Aldrovanda

 16.5 Pianta Chiavica Mulino (particolare)

Progetto 16.5 – 1723 – Progetto della Chiavica (con il canale per la bonifica dei terreni) e del molino con ruote da grano, da affilare, da inerti e gualchiere

Seguire le vicende giuridiche e ‘di corridoio’ che impegnarono le due parti sarebbe lungo e di scarso interesse pratico. Basti ricordare che Pompeo ruppe talmente le scatole a tutti (non sapremmo come esprimerci diversamente con pari efficacia) che le autorità, quelle di Roma comprese, per riferirsi alla causa usavano la espressione la consaputa chiavica, e bastava! Sul procedere dei lavori si possono ricordare alcuni particolari, interessanti come curiosità e come note di costume. II cardinale, che pure curava con una certa oculatezza i propri interessi, si preoccupò personalmente di assicurare abbondante vino ai lavoratori (combatteva i reumatismi e, prima del chinino, la malaria) e persino lenzuola per i mastri e i caposquadra; senza tali accorgimenti sarebbe stato impossibile trovare e trattenere mano d’opera disposta a lavorare in quell’umidità insana. Esasperato dal divieto dell’Assunteria delle Acque di utilizzare le acque prima che fosse emanata la sentenza sulla causa intentata dagli oppositori, Pompeo dette disposizioni (scritte, vedi Lettera 1729 in Pannello 18) al fattore di far scavare sotto l’argine una galleria e di sbarrarla con frasche e altro materiale non resistente in modo da poter, quando il fiume fosse stato in piena e ricco, di torbide, lasciarlo penetrare nei beni da bonificare simulando una rotta spontanea[2]. L’accorgimento appare persino ingenuo, ma il previdente cardinale si premura di sollecitare il fattore perché per tale lavoro faccia venire dalla Romagna i braccianti, da rinviare ai loro paesi appena il lavoro fosse ultimato. Nessuno avrebbe così potuto ritrovare i testimoni dell’arbitrio commesso (ma si trattava di reato).

18 Lettera istruzioni Rotta

Lettera del 1729 del Cardinale Aldrovandi al fattore dell’Impresa di Mirabello [Arch. Stato Bologna, Archivio Aldrovandi Marescotti, b. 208, fascicolo 41, pag. 5v e 6r]

Da imprenditore accorto, preoccupato della riuscita economica dell’Impresa, l’Aldrovandi si preoccupa di assicurare a essa l’autosufficienza; prima di tutto, in terreno sabbioso argilloso, privo di ghiaia, sassi o cementi, unica soluzione è produrre pietre (mattoni) in grande quantità. Alla fornace già dei Ruini ne aggiunge altre due e tutte devono produrre i laterizi necessari a pieno regime; il calore viene assicurato con fascine, sterpi e canne palustri. Bisogna garantire agli uomini che stanno cuocendo i mattoni abbondanza di vino e pane e il previdente cardinale apre sul luogo del lavoro forno, osteria e bastaria (rivendita di grani e farine), realizzando tra l’altro un obiettivo ulteriore: i salari dei lavoratori torneranno, attraverso le botteghe, nelle tasche dell’impresario. L’Impresa non può essere comunque sempre autosufficiente per quanto riguarda alcuni materiali, ad esempio ferro e legname. Per il legname si può ricorrere ai boschi della tenuta, che vengono inesorabilmente abbattuti, ma la qualità di tale legno è per lo più scadente e Pompeo non esita ad acquistare i pregiati pini del litorale ravennate.

Tra progetti ambiziosi, riflessioni sulle spese sempre eccedenti i preventivi, modifiche e rinunce, la chiavica viene a poco a poco definendosi e realizzandosi; le opposizioni, molteplici e tenaci non possono fermare la frenetica volontà dell’Aldrovandi che, mentre i lavori sono ancora da ultimare, già pensa come sfruttare la forza delle acque del Reno, che è convinto di poter ormai dominare; derivando dall’imboccatura della chiavica stessa un canale secondario potrà ottenere una caduta d’acqua sufficiente ad azionare le ruote e i meccanismi di un complesso impianto: innanzitutto molini per le varie granaglie di cui c’è carenza nella zona, ma anche molini per la polvere (da sparo) e gualchiere[3] (progetto 16.5).

Le iniziative sono come le ciliege: l’una attira altra, e la fervida ed instancabile mente di Pompeo, già riflette che, accanto alla pietre e al legno, altrettanto necessario e più costoso e ricercato è il ferro[4]. Se ne produce in Toscana; perché non aprire una fornace anche a Mirabello? Il cardinale non ci pensa due volte, ma in questo caso, trattandosi di un’iniziativa del tutto nuova, provvede a informarsi del prezzo del materiale ferroso nell’isola d’Elba (relativamente basso), di quanto costerebbe il trasporto via terra (moltissimo!), quanto via mare fino a Ravenna e attraverso i canali fino a Mirabello (ancora moltissimo e quasi irrealizzabile; bisognerebbe effettuare il carico all’Elba, il trasporto a Ravenna sui burchi grandi, poi di nuovo su imbarcazioni minori per passare nei più stretti canali del mirabellese; inoltre i Lambertini probabilmente non concederebbero il passo se non a un prezzo assai alto, vedi mappe del percorso in 7.8 e 7.9). Il cardinale vuol anche sapere a quanto si potrebbe rivendere il ferro prodotto (a poco, si tratterebbe inevitabilmente di materiale scadente). Le domande sono precise; le risposte scoraggianti ma Pompeo non se ne preoccupa più di tanto: è sempre disposto a rischiare il proprio denaro in vista di un vantaggio futuro. Si direbbe che si ritenga immortale o che, apparentemente così interessato ai beni economici, in realtà si preoccupi solo del prestigio e delle ricchezze della famiglia e degli eredi e della gloria che dall’Impresa potrà derivare al suo nome.

7.8 Navigazione Ravenna Mirabello

Mappa 7.8 – 1746 – Navigazione da Ravenna a Mirabello lungo i canali e le valli [da una lettera del Cardinale Aldrovandi; Arch. Stato Bologna, Archivio Aldrovandi, vol. 210, fasc. 19]

7.9 Navigazione Aldrovandi

Mappa 7.9 – 1744 – La Navigazione dell’Emin.issimo Aldrovandi mostra il percorso per arrivare alla Chiavica Aldrovandi dalla valle del Poggio [da una lettera del Cardinale Aldrovandi; Arch. Stato Bologna, Archivio Aldrovandi, vol. 395, fasc 2]

Ancor più sembra che la sua ambizione consista nel lottare e nel vincere sempre, contro le difficoltà che gli derivano sia dagli altri aristocratici sia dalla stessa natura. Ed è proprio un fenomeno naturale a far fallire l’impresa della chiavica Aldrovandi con la nuova rotta del Reno, prevista dal timoroso buon senso dei pavidi vicini, imprevedibile, nelle sue conseguenze, dal pur accorto cardinale[5].

 18 Mappa Rotta Bisacca

1734 – Mappa della Rotta alla Bisacca [Arch. Palazzo]

[1] Protezione della sponda fluviale realizzata con graticci vegetali. N.d.C.

[2] I fatti non si svolsero esattamente così, gli autori non hanno correttamente decifrato il complesso carteggio, reso oscuro da un terminologia tecnica oggi non più in uso. La chiavica fu approvata e realizzata legalmente, e nel 1724 iniziò a lavorare. Dopo un paio d’anni di esercizio il cardinale si rese conto che la colmata dei suoi terreni (cioè l’innalzamento del loro livello mediante il deposito delle torbide portate dal fiume) avrebbe richiesto 45 anni. Per questo nel settembre del 1726 scrisse al fattore la lettera, citata nel testo e riportata nel Pannello 18, con cui ordinò al fattore di fare quanto sopra descritto per provocare intenzionalmente una rotta del Reno sulle sue terre. La colmata che ne sarebbe conseguita si sarebbe così realizzata in un sol colpo, il cardinale l’affermò nella lettera e i fatti gli diedero ragione. Qualche anno dopo (una rotta richiede una grande piena e una grande piena non si presenta tutti gli anni), il Reno ruppe alla bòtta Bisacca (febbraio 1731, mappa in Pannello 18), nella località che da allora è detta Rotta Bisacca. Non fu però più possibile riportare il fiume, come il cardinale aveva progettato, nel suo alveo e così il Reno vagò per mezzo secolo nella campagna tra Mirabello e Poggio Renatico. Il cardinale tentò di condurlo al Po di Primaro, facendo realizzare a sue spese il cavo Aldrovandi, ma non vi riuscì. Solo con la realizzazione nel 1782 del cavo Benedettino, il Reno fu imbrigliato. Ma gli alti argini di questo impedirono il deflusso delle acque dei terreni posti alla destra del cavo, che diedero origini a nuove paludi (valli). Solo con la realizzazione della Bonifica Renana nel 1909 e la costruzione dell’impianto idrovoro di Saiarino nel 1925 il problema posto dal Reno fu risolto. La lettera dell’Aldrovandi se da una parte provocò un disastro ambientale tanto grande da richiedere due secoli per risanarlo, dall’altra portò, come previsto dal cardinale alla colmata delle terre di Mirabello che assunsero l’aspetto attuale. N.d.C.]

[3] Macchina per rassodare (cioè gualcare) i tessuti di lana o le pelli. N.d.C.

[4] Mi sembra un errore di interpretazione. Il cardinale Pompeo non pensa di produrre ferro, ma chiodi, sfruttando la forza dei mulini mossi dalle acque della chiavica. Importare minerale di ferro sarebbe stato inutilmente costoso, ferro in lingotti per produrre chiodi avrebbe potuto essere remunerativo, se non fosse stato per i dazi chiesti dai Lambertini, proprietari della valle del Poggio da cui era giocoforza che i burchi passassero. N.d.C.

[5] [in realtà prodotta e perfettamente prevista dallo stesso cardinale, come abbiamo visto sopra. Prevista a tal punto che effettua una stima della superficie di sabbie improduttive che la rotta avrebbe prodotto (rivelatasi a posteriori molto precisa), fa acquistare prima della rotta grano e fave per sfamare i contadini che resteranno senza casa a seguito della rotta e fa chiudere i portici della stalla nella corte di Palazzo per dar loro alloggio sino a quando le case non fossero state riparate (Pannello 18). N.d.C.]

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