10.4.1 – La nascita e l’espansione della possessione (Pannello 15)

E’ però di nuovo sulla riva destra del Reno che possiamo seguire la più audace, interessante e moderna impresa signorile, che rappresentò nel sec. XVIII una vera pagina di storia politica, tecnica ed economica; una vicenda che indusse ad intervenire, sollecitati dai privati, perfino il Pontefice e l’Imperatore, oltre che i governi degli Stati interessati. Si tratta del tentativo condotto, con straordinario impegno spese e rischio, dalla famiglia dei conti Aldrovandi di Bologna per crearsi, sulla destra del Reno all’altezza di Mirabello, un vero e proprio feudo, realizzando con una oculata successione di acquisizioni una vasta possessione in una zona in gran parte guasta e ancora valliva, asciugando e bonificando le terre sommerse o improduttive, per sfruttarle poi con le colture più redditizie, fino a costruire un’ampia tenuta, autosufficiente e capace di assicurare al casato sicuri e notevoli profitti, con fornaci, molini, fabbri, falegnami, negozi di alimentari, peschiere, risaie ed ogni sorta di iniziativa ‘industrializzata’, a imitazione e superamento di altre del genere, osservate e studiate in paesi vicini e lontani. insolita impostazione che conciliava una economia chiusa (o autarchica), tenendo forse conto del mercantilismo francese, con opportuni scambi commerciali.

Nonostante l’assoluta mancanza di scrupoli, gli appoggi altolocati e l’intraprendenza degli Aldrovandi, le probabilità di successo non erano grandi per questo tentativo, che, per il modo in cui fu condotto, potremmo definire pionieristico. Ma a farlo fallire, quando era ormai avviato a felice soluzione, furono ancora una volta i capricci del Reno, che avrebbe dovuto fornire le torbide per la bonifica e l’energia motrice ai vari molini e che invece, dopo la rotta degli Annegati (1738), lasciò la zona priva del prezioso ed indispensabile contributo delle sue acque.

La famiglia Aldrovandi è di origine assai antica e non è nostro compio ricercare quando siano iniziate le sue fortune: a noi basta ricordare che attraverso matrimoni (e relative doti), successioni, acquisti ed enfiteusi possedeva terre un po’ ovunque nella Legazione: a Piumazzo (molini), a Decima di Persiceto, a Castel de’ Brutti, a Monteveglio e in tante altre località, oltre, naturalmente a numerose case a Bologna, tutte più o meno nella zona di S. Maria Maggiore in via Galliera, e … un osteria, assai redditizia, nel porto del canale Naviglio.

Non è chiaro quando e come siano entrati in possesso dei primi appezzamenti nel mirabellese, ma è certo che questi dovevano trovarsi già vicino al traghetto presso la casa Isolani e nelle valli a est di Raveda. Di qui iniziarono la loro politica di espansione territoriale ed economica, subito dopo che Ercole Aldrovandi, marito di Esmeralda Marescotti, ereditò dal suocero Annibale tutti i beni di quel casato. Il conte Filippo (che dovette in quella occasione unire il nome e l’arme dei Marescotti a quelli degli Aldrovandi) si trovò a disporre nella zona di vasti beni (vedi mappa Proprietà Aldrovandi) che in pratica furono sempre amministrati e messi a frutto dal geniaccio intraprendente e impulsivo del suo fratellastro Pompeo.

 15 Proprietà Aldrovandi (particolare)

Mappa (particolare) – 1759 – La Proprietà degli Aldrovandi nella zona di Mirabello poco dopo la morte del Cardinale Pompeo [Arch. Stato Bologna, Archivio Aldrovandi, vol. 832, fasc. 2]

Questi era un cardinale (un cardinale del ‘700, politicante e affarista) non sempre rispettoso esecutore della volontà pontificia (fu richiamato dalla Spagna dove era legato, perché con iniziative arbitrarie rischiava di compromettere il successo della prudente e accorta politica della Chiesa). Fu papabile e per quaranta giorni contese la tiara ad un altro bolognese, il cardinale Lambertini, poi papa Benedetto XIV. Divenuto Vescovo di Novadelfia ebbe altri incarichi, ma preferì rivolgere il proprio maggior impegno alla grande Impresa di Mirabello. Il fratellastro Filippo, primogenito di primo letto ed erede del titolo comitale, senatore e ambasciatore, sembra si sia sempre fidato ciecamente di lui e gli abbia dato carta bianca, aiutandolo con la propria autorità e le proprie amicizie ad ogni sua richiesta.

L’intesa tra Pompeo e Filippo, continuata senza alcun malinteso o screzio per tutta la vita, permise a Pompeo di sviluppare la politica espansionistica che si era proposta, acquistando, spesso con la mediazione di prestanomi, i terreni che lo interessavano. Suo sogno era riunirli tutti in una vasta tenuta unitaria compresa tra le possessioni Sampieri, la riva destra del Reno, la Via Giovecca (confinanti Isolani, Malvezzi e altri), la torre Verga e le valli di Raveda, per spingersi oltre, verso il Riolo e lo Scorsuro.

Albero Adrovandi

L’acquisto di tali beni non fu né facile né rapido, perché le particelle di terreno erano molte, in mano spesso a contadini del luogo che, legati alla terra dei cui frutti vivevano, non intendevano vendere, o a Signori che, sia pure con meno lungimiranza o tenacia degli Aldrovandi, vagheggiavano il loro stesso fine e non gradivano ai loro confini l’inserimento di un altro potente rivale, scomodo e pericoloso.

Il cardinale Pompeo utilizzo, senza scrupoli (e chi ne aveva allora?), due tecniche: coi deboli ricorse a forme di generosità apparente o di larvato ricatto; coi suoi pari cercò raccordo e l’amicizia, pronto però a ricorrere ad autorità influenti, in particolare a quella del Legato, per metterli con le spalle al muro e per ottenere sentenze a lui favorevoli dalle massime autorità di Bologna e di Roma, alle quali non lesinava lusinghe e doni. La sua speculazione più audace e larga di già calcolate prospettive la realizzò con sagacia e pazienza, puntando sullo sfacelo economico della casa Ruini, sul complesso caso giuridico che si stava dibattendo e che avrebbe ridotto a mal partito entrambe le parti, attendendo con fiduciosa pazienza la … morte della Duchessa Isabella. Dietro i prestiti che la Bonelli Ruini era continuamente costretta a chiedere per mantenere il tenore di vita che riteneva indispensabile alla propria dignità, c’era sempre l’ombra vigile del cardinale, che deceduta la Duchessa, si trovò proprietario di una tenuta in rovina, ma posta su terreni di per sé fecondi ed in una posizione particolarmente favorevole ai progetti che Pompeo andava da tempo ventilando (vedi Relazione del 1723). Si trattava di restaurare case decrepite, di investire notevoli capitali in opere di ripristino e di miglioria; ma la cosa non spaventava l’Aldrovandi le cui ambizioni andavano ben oltre: quelle terre fertili, ma basse andavano prima di tutto ‘alzate[1]‘ per metterle al sicuro da nuovi allagamenti; poi era necessario prosciugare e porre a coltura le stesse valli. A tutte doveva provvedere il Reno con le sue torbide[2]: quelle acque che erano state causa di tutti i mali della zona, controllate, domate, e convenientemente utilizzate mediante una grandiosa chiavica[3], dovevano divenire fonte di prosperità e ricchezza.

 15 Relazione 1723 Beni Aldrovandi nero

Relazione – 1723 – Relazione della visita ai Beni di Mirabello [Arch. Stato Bologna, Archivio Aldrovandi, vol. 395, fasc. 5, pag. 1]

 

 

 

[1] [mediante una colmata, cioè un deposito di sedimenti (torbide) trasportati dal fiume]

[2] [sedimenti trasportati dalle acque del fiume, in particolare durante le piene]

[3] [opera idraulica che consente la derivazione e il controllo delle acque di un fiume o canale, N.d.C.]

 

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