9 – Popolamento: primi documenti (Pannello 11)

Nelle poche terre alte (per modo di dire) della zona attorno a Mirabello, che, attraverso inondazioni, alluvioni e rigurgiti dei fiumi, erano rimaste emerse e pressoché indenni dalle conseguenze dei continui allagamenti, l’uomo si era da tempo (potremmo dire da sempre) insediato e, spinto dal bisogno, era venuto sviluppando una economia quasi unicamente agricola, che col tempo lo porterà a costruire cascine, gruppi di case, borgate e paesi.

Tra le località abitate che in seguito raggiunsero una certa importanza, anche amministrativa e religiosa, spiccano, fin dal remoto medioevo, Cento, Bondeno, S.Agostino, il Poggio e Malalbergo; cittadine che ancora oggi, a distanza di secoli, possono essere considerati i più importanti centri del territorio. Ma il loro sviluppo fu faticoso e lento; nel 1507 l’intero comune di S.Agostino non contava che trentasei case e duecento, al massimo trecento, ‘anime’.

Nei primi tempi, di Mirabello sarebbe inutile ricercar traccia: il suo nome comparirà come semplice denominazione di una tenuta di ragione già Aldrovandi, nel territorio di S.Agostino di Sotto, fra boschi, canneti, acque stagnanti. Su una desolata linea dell’orizzonte si stagliavano solo alcune capanne e qualche casupola che accoglievano e nascondevano individui emarginati: cacciatori e pescatori di frodo, basisti di contrabbandieri, banditi. Nessun ricordo di famiglie che coltivassero la terra, che costruissero cascine con magazzini e fienili atti ad accogliere i prodotti del suolo e capaci di offrire un qualche conforto ai lavoratori; per secoli riferendosi a quelle terre non si parlò che di ‘valli’ e di ‘boschi’.

Quando però le acque cominciarono a ritirarsi e il graduale elevarsi del terreno portò al prosciugamento di sempre nuovi appezzamenti, gli abitanti delle borgate vicine avvertirono la convenienza di investire danaro, e soprattutto fatica impegno e lavoro, in quei campi ancora vergini e resi fertili dai depositi fluviali. Cominciò allora, anche a nord di S. Agostino delle Paludi, verso il Po, un graduale affluire di uomini, famiglie e forze lavorative. Non dobbiamo dimenticare che da un punto di vista amministrativo, all’inizio del basso medioevo tutto il paese dipendeva da abbazie e conventi, che solevano affidare le terre da bonificare in enfiteusi (cessione a lunga scadenza di terre incolte con l’impegno che venissero bonificate) a famiglie ‘signorili’, le quali si tramandavano tali assegnazioni di padre in figlio, ma vivevano nelle città e generalmente, si disinteressavano di quei beni, scarsamente produttivi (sfruttamento a latifondo) o li concedevano in locazione, una specie di sub-enfiteusi, a famiglie contadine del luogo.

Sulle mappe troviamo segnati di preferenza i nomi dei casati nobiliari (che prenderemo in esame in seguito): i Sampieri e i Piratesi sulla destra del Reno, i Ghiselleri e i Prosperi sulla sinistra, i Malvezzi si potrebbe dire un poco dovunque, i Lambertini incontrastati signori del Poggio, e tanti altri. Sui documenti notarili compaiono però infiniti altri nomi; spesso sono quelli di popolani di borghi vicini che si trasferiscono nella frazione di S. Agostino di Sotto (Mirabello) per stanziarvisi e possibilmente arricchirsi con i frutti che quelle terre promettono.

Ricordiamo ancora che il territorio di Mirabello si trovava al confine tra la Legazione di Bologna e il Ducato di Ferrara e che prima del 1526 non era attraversato dal corso del Reno. In terre recentemente emerse dalle paludi, le antiche linee di confine, che erano sempre state oggetto di contestazione, non potevano nemmeno essere rintracciate; sembrò pertanto che il miglior modo di assicurarsene il possesso e i diritti su di esse fosse quello di occuparle per primi, per affermare poi, anche legalmente, il diritto di usucapione.

A tale sistema tentò di ricorrere il Duca di Ferrara, sollecitando alcune famiglie ferraresi (Scotti, Mantellini, etc.) a insediarsi sempre più a sud; il Legato di Bologna preferirà affidarsi allo iure, cioè ai tribunali, dimostrando i privilegi di proprietà della Chiesa attraverso vecchie pergamene, testimonianze, cavilli, fino a scomodare l’Imperatore Teodosio e un suo preteso editto di donazione.

In pratica, e quello che più interessa noi, la questione si andava risolvendo man mano che gli agricoltori s’insediavano sugli appezzamenti da loro resi lavorativi e fertili ed affidavano ai notai il compito di documentarne gli acquisti, gli scambi, le eredità, le divisioni, in una documentazione che è insieme registrazione di un dato di fatto e affermazione di un diritto riconosciuto e sancito.

Non è facile raccapezzarsi nei numerosissimi atti notarili del duecento e del trecento, scrupolosamente redatti in pergamena, secondo le formule prescritte, ma imprecisi nei nomi di persona (specie quando si tratta di quelli di popolani) e di località, citate con denominazioni sempre diverse. Insufficienti nelle indicazioni dei confini (si citano le proprietà confinanti, ma non si precisano le linee divisorie) e talora sospetti per il frequente ricorso a prestanomi o perché vi è confusione tra proprietà enfiteutica delle famiglie signorili e possesso di fatto di chi su quelle terre viveva e quelle terre lavorava.

Due caratteristiche del primo popolamento della frazione di S. Agostino di Sotto (Mirabello) sono certamente la spinta dei Ferraresi verso sud (e simmetricamente quella dei bolognesi verso nord) dovuta a cause essenzialmente politiche e il fatto che la zona fu in un primo tempo popolata unicamente da contadini, anche quando il diritto legale di proprietà veniva rivendicato, davanti ai tribunali o ai notai, dalla nobiltà cittadina, e anche dopo che questa, a testimonianza concreta della propria autorità, aveva fatto elevare sui propri ‘feudi’ rocche e palazzi.

Solo dal sec. XV in avanti, quando nel territorio si potevano ormai registrare ampi appezzamenti bonificati e il vantaggio economico appariva evidente, la presenza e l’interesse dell’aristocrazia e il suo potere egemonico e promozionale diverranno per il paese una realtà, perché alcune famiglie finirono per scegliere la campagna come sede di residenza, se non unica certo, frequente e talora preferita e presero un più stretto controllo dei loro beni e delle loro rendite.

Tra gli innumerevoli nomi di lavoratori che vennero a cercare nuove condizioni di vita nel nostro paese e ad esso dedicarono ogni loro attività, costruendo le basi della sua evoluzione futura, spicca quello di una famiglia di Galliera, i Rescazzi, che sulla terra vivevano e la terra lavoravano, ma che, indubbiamente, non erano umili contadini contenti di quel poco che il suolo offriva loro. I Rescazzi (la famiglia era numerosissima come tutte le famiglie contadine del tempo) avevano ‘fame’ di terra: compravano, bonificavano, rivendevano, si sforzavano di unificare i loro beni, con intento di realizzare una vasta possessione, forse coscienti che dalla grande proprietà deriva sicurezza, autorità e potere, come si poteva dedurre dall’esempio delle famiglie aristocratiche. E’ forse a questa pretesa di competere coi grandi che si deve l’assassinio di Giulio Rescazzi e il successivo incendio (siamo nel l567) di un suo casone. Proprio ai Rescazzi si riferisce il più antico documento da noi rintracciato, una dicharazìone di vendita del 1207 con la quale Beatrice Nigri di Galliera cedeva a Rescatio, quondam [fu] Alberti Quondam Bernardini, pure di Galliera, una terra nella valle Vedreghe [Verga] con canale Layni et canedi, una località che risponde esattamente alla zona che più ci interessa (Via Giovecca).

Esistono infiniti altri atti notarili coi quali i Rescazzi comprano o vendono terre, che evidentemente provvedono a bonificare per accrescerne il valore. Ne ricordiamo solo alcuni. Nel 1276 sono ancora i Nigri di Galliera (che evidentemente si erano impadroniti per primi di quelle valli) che vendono ai Rescazzi altre terre sul Layno (o Laino o Ladino, la continuazione del Riolo oggi scomparsa). Nel 1379 è Giovanni da Caglio che cede a Paolo e Giovanni Rescazzi una porzione di terra valliva, boschiva e pescosa, di cento, tornature, posta nel luogo detto la torre da Verga, confinante con altri Rescazzi, con Stefano Scotti di Ferrara, con Egano dei Lambertini. Del 1393 è il documento 11.3 con cui i Rescazzi acquistano altre terre ancora presso la torre Verga. Questa però nel 1453 viene assegnata dal Senato di Bologna ai de’ Blanchis, e l’iniziativa dei popolani locali deve cedere all’’autorità di chi detiene le leve del potere.

11.3 Atto Rescazzi nero

Documento 11.3 – 1393 – I Rescazzi acquistano terre presso la torre Verga [Arch. Stato Bologna, Archivio Malvezzi De’ Medici, vol. 192, n. 1]

Nel 1507 i Rescazzi, non si sa quanto spontaneamente, fanno una donazione di terre ai Marescotti, e l’anno successivo Rescazzo Rescazzi deve accettare in locazione terre alla Cernara e presso la torre Verga, probabilmente più o meno quelle stesse terre che il nuovo fittavolo l’anno prima aveva dovuto donare. Sono ancora loro che lavorano, ma non sono più i padroni. Infine nel 1525 Paolo Rescazzi vende ad Aldobrandino Malvezzi, bolognese, la cui famiglia (alla quale è dedicato il prossimo paragrafo (Pannello 12)) comincia a sua volta ad espandere il proprio potere sul paese.

Le compravendite effettuate dalla famiglia Rescazzi si sono succedute attraverso quattro secoli su una zona assai vasta, ma avente sempre il suo centro nei pressi della torre Verga e nella frazione di S. Agostino di Sotto (Mirabello); gli appezzamenti in questione in alcuni casi sono piccoli, altre volte assai grandi, molti devono essere stati comprati e rivenduti più volte dopo che i Rescazzi li avevano lavorati a lungo, migliorandone il reddito. Ma, come abbiamo visto, il loro ambizioso sogno si dovette infrangere per le continue divisioni causate dalle successioni (i contadini non seguivano il sistema del ‘maggiorasco’ che assicurava l’intera eredità dei beni del casato al figlio primogenito) e per gli interventi e le pressioni dei grandi proprietari terrieri (nobili), il cui interesse era sempre più vivo.

11.1-Guercino-contadini

1620 circa – Disegno a penna del Guercino: protesta di contadini a Cento [dalla collezione di Sua Maestà la regina al Castello di Windsor, UK]

 

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