La costruzione del Palazzo

I Ruini, che nel XVII secolo possedevano le terre che diventeranno l’Impresa del cardinale Aldrovandi e poi la Tenuta Sessa,  avevano costruito un Palazzo, che compare in molte carte, ad esempio nella mappa 13 esposta nel Pannello 14 della Sezione il Territorio. Sorgeva dove si trova la cascina Molino, tra Mirabello e S. Carlo, ma oggi non esiste più.  Negli anni ‘70, sotto il prato della corte del Molino si rinvennero grossi muri, che forse affiorano ancor’oggi.  Eccezion fatta per quelle poche rovine, del Palazzo Ruini rimangono solo i due disegni riprodotti qui sotto, rilevati, il 5 e 6 Giugno 1653, dall’agrimensore G. Toschi di Bologna.

Mappa di Palazzo Ruini (1653)

Vista frontale di Palazzo Ruini (1853)

Grazie ad essi è stato possibile ricostruire la pianta (B) e la vista frontale (A) del Palazzo, con un unico dubbio sulla larghezza della facciata (C o D?). Confrontando i disegni sottostanti con la foto che li segue sembra probabile che la forma di Palazzo Ruini abbia influenzato il disegno della facciata verso corte del Palazzo Aldrovandi; anche se, come vedremo, molto probabilmente tale influsso non si esercitò all’epoca della costruzione, ma in occasione un successivo restauro.

Ricostruzione di Palazzo Ruini

La facciata di Palazzo verso la corte

Era questo, probabilmente, l’aspetto della Casina dei Ruini

Nell’erigere il Palazzo vennero utilizzate le strutture dell’antica Casina dei Ruini, di cui abbiamo parlato nel Pannello 14 della Sezione l’Uomo. Essa compare per la prima volta in una mappa del 1561 e, successivamente, con vista prospettica e pianta, in un rilievo del 1659 che riproduciamo qui sotto. Da esse apprendiamo che la Casina era una barchessa, del tipo di quella nel disegno qui a lato, costituita da un alto portico, parzialmente chiuso al piano terreno a formare dei locali: magazzini o stalle. Per erigere il suo Palazzo il Cardinale chiuse il portico sul suo intero perimetro (come mostra la linea rossa tratteggiata nella pianta) e per tutta la sua altezza; ricavò poi un androne passante centrale rimuovendo le spalle delle porte (che nel rilievo sono curiosamente rappresentate in vista frontale, anziché in pianta). Ancor oggi, sulle pareti dell’androne sono riconoscibili i pilastri originali della barchessa, fateci caso durante la visita.

La Casina dei Ruini nel rilievo del 1654

La pianta della Casina dei Ruini

Uno dei pilastri dell’originaria barchessa visibili nel muro dell’androne centrale al piano terreno

L’orologio e l’arma degli Aldovrandi sulla facciata di Palazzo

Il Palazzo venne costruito in più riprese, su progetto dell’architetto Franco Maria Angelini (a cui il Cardinale aveva commesso anche il progetto del suo Palazzo di Bologna),  con una procedura in economia: i lavori venivano eseguiti quando c’era disponibilità di denaro e manodopera. Questo modo di procedere non escluse però la ricerca di signorilità e decoro:

  • Il progetto dello scalone fu commesso ad Alfonso Torreggiani, a cui il Cardinale affidò la direzione di tutti i suoi cantieri dopo la morte nel 1731 dell’Angelini: in particolare, progettò lo scalone e la facciata del Palazzo di Bologna (oggi noto come Palazzo Montanari) e la Cappella in San Petronio. Il Torregiani fu il massimo esponente del tardo barocco bolognese e in quella città realizzò numerosissimi edifici sia civili sia religiosi.
  • L’orologio e la campana con cui batte l’ore posti sul prospetto anteriore furono commissionati ad artigiani specializzati di Venezia e Ravenna (come era uso dell’epoca per gli orologi da facciata, l’orologio ha solo la lancetta delle ore).
  • A un noto orologiaio fu commessa la realizzazione in loco del trasporto della mostra delle ore nella sala grande del Palazzo, cioè la realizzazione di un quadrante orario mosso dall’orologio posto sulla torretta: una meraviglia per l’epoca.
  •  A uno scultore fu affidata la realizzazione dell’arma del casato in macigno sulla facciata principale; poiché non trovava posto nella stretta cornice sopra la finestra della loggia il Cardinale fece chiudere una finestra del sottotetto.

L’estetica dell’edificio, i serramenti, ogni piccolo particolare furono discussi a lungo dal Cardinale, per lettera, con i suoi architetti e i direttori dei lavori, fatti venire da Bologna. Ugualmente per lettera l’Aldrovandi dibatté la struttura della corte, che prevedeva, oltre il Palazzo, la casa del fattore e la stalla a portici (tuttora esistenti) e una grande cappella (che non fu mai realizzata).

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