Premessa

La campagna che si estende attorno a Mirabello non presenta, a chi la guardi con occhio superficiale, alcuna caratteristica che la differenzi dalle altre terre della bassa padana. Si direbbe che questo paesaggio si sia presentato, sin dai tempi più remoti, così come oggi appare: un’ordinata scacchiera di poderi, coltivati con amore ed esperienza; una rete di strade, fiancheggiate da canali e da scoli curati dall’uomo, un succedersi di case isolate, di cascinali, di borgate tranquille.

Osservando più attentamente e riflettendo ci si può però rendere conto che il paesaggio e l’uomo mutano continuamente: il primo nelle sue forme, sia quelle naturali che quelle plasmate dall’uomo, il secondo nelle condizioni di vita e nei costumi, pur recando indelebili le tracce dell’ambiente, delle tradizioni e della cultura locale. Anche il giovane avverte che la rete stradale va continuamente arricchendosi e migliorando, per adattarsi alle sempre crescenti esigenze di un traffico motorizzato veloce; le strade vengono allargate e le curve rettificate. Le abitazioni, i servizi pubblici, le attrezzature industriali, si rinnovano obbedendo ad esigenze funzionali ed al crescente desiderio di comodità e di benessere di una società ormai avviata ad una sempre più rapida evoluzione. Ma tutto il resto sembra non poter subire modifiche, se non trascurabili o insignificanti; l’ambiente non può mutare, si dice; il territorio resta quello che è e gli insediamenti umani, specie in pianura, possono modificarne solo l’apparenza esteriore.

Invece, studiando un poco più a fondo la storia passata, sia remota che recente, di questo paese, ci si rende conto di quante e quali profonde trasformazioni, determinanti per il modo di vivere e di essere della sua popolazione, questo ambiente abbia subito nel trascorrere dei secoli. Per rintracciare testimonianze di tali mutamenti abbiamo intrapreso lo studio che qui presentiamo, analizzando con pazienza quei documenti che ci è stato possibile consultare; ripercorrendo e leggendo il territorio nelle sue strutture: alberature, canali, argini (anche abbandonati), strade e manufatti; interrogando quanti ancora potevano ricordare nozioni utili (e ormai prossime ad essere completamente dimenticate); rintracciando quegli oggetti, quelle espressioni idiomatiche, quelle testimonianze di ogni tipo ancora capaci di tramandare una storia ed una cultura dimenticate con troppa superficialità o volutamente cancellate, sottratte o nascoste per ignoranza o meschino e stolto egoismo. Molto resta ancora da cercare e trovare, ma già riteniamo di aver raccolto materiale e informazioni sufficienti e degni di essere portati a conoscenza di chi vive o passa in questi luoghi. Se abbiamo colto nel segno e se dal nostro lavoro è uscito qualcosa di nuovo e di interessante è il pubblico stesso che lo deve dire; la sua curiosità, la sua approvazione, le informazioni e i suggerimenti che ciascuno vorrà manifestarci ci indurranno a proseguire in questa ricerca, ancora ricca di potenziali notevoli sviluppi.

Il territorio compreso tra il Panaro e le valli della Sanmartina e del Poggio fu, sin dai tempi più remoti, condizionato e trasformato dal disordinato divagare delle acque che scendevano dalle Alpi (Po) e dall’Appennino (Reno). Queste, sommergendo le terre durante le piene lasciandole riemergere durante le magre, ne provocarono sia l’impaludamento, sia l’innalzamento, con il deposito di detriti e torbide. Per mancanza di testimonianze attendibili e verificabili, e anche perché di scarso interesse ai fini della nostra ricerca, non abbiamo ritenuto opportuno svolgere un’indagine sui tempi in cui da Aquileia a Ravenna, con un’ampia insenatura nel basso bolognese, si estendeva una vastissima landa valliva, coperta da acque salmastre. In epoca romana la regimazione dei fiumi ne bonificò ampie plaghe in cui fiorirono centri abitati. La loro memoria è affidata più alla leggenda che alla storia e di essi rimangono poche tracce: come le tombe latine citate su una tarda carta geografica (Ager Bononiensis), o la villa romana di Cassana [Scagliarini, 1978], o la leggenda della città di Ansalaregina (Benati, 1976] rintracciabile, forse, nella zona che ritroveremo citata col nome di Bocca della Città. Reminiscenze vaghe, ma che di per stesse testimoniano la presenza, in questa località, di momenti di prosperità, che furono resi possibili solo dal ridursi delle valli e delle paludi. Con la caduta dell’Impero e il conseguente venir meno di una gestione organica del territorio, le acque ripresero il sopravvento: rioccuparono le terre precedentemente bonificate, sospingendo i sempre più rari abitanti lontano da quel paese inospitale, distrussero le tracce dei precedenti insediamenti e costrinsero coloro che, per una qualsiasi ragione, non vollero o non poterono allontanarsi a vivere, come primitivi, di caccia, di pesca e di brigantaggio.

Nel frattempo in località meglio favorite dalle condizioni naturali, la civiltà tornò ad affermarsi e sorsero nuovi centri di potere: la Chiesa (Legazioni di Bologna e Ravenna), l’Impero (attraverso Milano e Comacchio), gli Estensi di Ferrara, la Repubblica di Venezia, il Duca di Modena. Questi cominciarono a contendersi il controllo dei corsi d’acqua, delle vie interne di navigazione, di quei poveri territori e di quelle valli pescose, di quanto potesse avere un valore economico (anche solo potenziale) o strategico. Il brigantaggio fu combattuto; si rintracciarono canali e strade; si disegnarono le carte geografiche e si realizzarono accurati rilievi del terreno; i notai registrarono i diritti di proprietà e le successioni, le compravendite e le cause per i contrasti di confine. E’ su questi documenti che abbiamo condotto la nostra ricerca, risalendo criticamente fino agli anni più lontani dei quali ci è stato possibile trovare documenti delle condizioni ambientali, sociali e storiche del territorio di Mirabello.

 

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