Il Polittico Griffoni

Il Polittico Griffoni si annovera tra le grandi opere del nostro Rinascimento. Fu realizzato da Francesco del Cossa ed Ercole de’ Roberti tra il 1470 e il 1473 per la cappella della famiglia Griffoni nella basilica di San Petronio a Bologna. La famiglia Griffoni era, all’epoca, una delle più importanti della città.

Ricostruzione del Polittico secondo Cecilia Cavalca – Per gentile concessione di Cecilia Cavalca e Silvana Editoriale

Francesco del Cossa si trovava da poco a Bologna, quando ricevette da Floriano Griffoni, con cui era stato già in contatto durante un suo precedente soggiorno in città negli anni sessanta del Quattrocento, la commissione di una pala d’altare per la cappella di famiglia. Realizzò l’opera con la collaborazione di un altro maestro ferrarese, il più giovane e molto promettente Ercole de’ Roberti, che l’aveva seguito da Ferrara. Il soggetto, il santo Vicent Ferrer, venne probabilmente scelto in accordo con i Domenicani, al cui ordine Ferrer era appartenuto, che erano allora impegnati nell’opera di diffusione del suo culto, essendo stato il santo canonizzato da poco (1455).

Il Polittico era composto da più pannelli, legati tra loro da una grande cornice in legno dorato, opera di Agostino de Marchi da Crema, uno dei più abili artisti del legno del suo tempo. Del Cossa realizzò i pannelli principali: quelli del primo registro hanno sfondi architettonici e sono di gusto più moderno di quelli superiori col fondo oro. De’ Roberti curò invece la predella e i santi nei pilastrini. Nelle tavole di Del Cossa si nota l’influenza di Piero della Francesca per la monumentalità e la luminosità dei personaggi, unita anche a una varietà estrosa di soggetti, pose (ad esempio, San Floriano che si accinge a uscire dal suo pannello) e sfondi.

Tra il 1725 e il 1731 il Polittico fu smembrato e sedici dei suoi pannelli (riprodotti qui a sinistra) sono oggi esposti in alcune delle più grandi pinacoteche del mondo.

Nella travagliata storia del Polittico il cardinale Pompeo Aldrovandi e il suo Palazzo di Mirabello ebbero un ruolo rilevante, ed è questo ruolo che qui ci interessa.

Nel corso della vita, il cardinale Pompeo Aldrovandi accumulò terre e collezioni d’arte ripetendo sempre un medesimo schema: si accollava i debiti del proprietario dei beni di suo interesse e quando questi non era più in grado di restituire il prestito, gli subentrava nella proprietà [1]. Abbiamo visto che agì così con Isabella Ruini, divenendo nel 1720 proprietario della tenuta di Mirabello (Pannelli 14 e 15). Ripeté lo schema con la famiglia Griffoni e nel 1725 si ritrovò padrone dei loro beni: terre e case dentro e fuori Bologna e la cappella in San Petronio, dove era conservato il Polittico.

L’Aldrovandi era figlio del suo tempo e considerava quindi vecchie e fuori moda le opere del passato. Riteneva superata anche la cappella appena acquisita. La svuotò quindi di tutti i suoi arredi e la scambiò con la seconda cappella a sinistra, entrando nella basilica di San Petronio, la più prestigiosa perché la più vicina al fonte battesimale. La rese fastosa, ricca di marmi come nessun’altra in città e vi predispose la sua tomba. Poi, con uno spregiudicato scambio (voti nel conclave 1740 per il cardinal Lambertini, in cambio della reliquia di San Petronio, vedi Pannello 17), la trasformò nel massimo sacrario della città: la cappella di San Petronio.

Date queste premesse è evidente il destino del Polittico: non potria servire in nisuna forma nella nuova cappella. L’Aldrovandi decise di smembrarlo e suddividerlo in tanti dipinti, racchiusi in nuove cornici, lisce e dorate per poterli ponere in qual si volia galaria. Il 21 novembre 1725 la scomposizione era già avvenuta con grave danno dell’antica cornice dorata: il restante del antichità del ornato che era dorato dirò che quello è andato in pezzi e può essere da brugiare [2].

I dipinti, ritenuti antichità di scarso valore, non furono ammessi nella raccolta d’arte del suo Palazzo cittadino, ma confinati in campagna: nel Palazzo di Mirabello. Vi giunsero probabilmente nel 1726, quando furono pronte le nuove cornici, per via d’acqua: scendendo lungo il canale Navile sino a Malalbergo, attraversando poi la valle del Poggio e risalendo infine il Riolo sino al cantone presso il Palazzo (vedi Pannello 7, carta 8).

“I pannelli sono registrati negli inventari del Palazzo, compilati dal perito Tommaso Rinaldi, senza alcun riferimento attributivo nel 1752, alla morte del cardinale, e nel 1764, quattro anni dopo la morte del suo erede: il senatore Riniero Aldrovandi Marescotti. Sono ben riconoscibili le citazioni del pannello centrale, creduto un San Domenico, dei due laterali con San Pietro e San Giovanni Battista, della predella, del tondo della Crocifissione e dei due tondini dell’Annunciazione. Quanto agli altri, la citazione generica non consente riconoscimenti indubitabili, ma, tra la citazione della predella e quella degli scomparti laterali del primo registro, che risultano essere appesi nella cappella del Palazzo [che allora si trovava sopra la sala del odierno museo in cui sono esposti gli strumenti di lavoro agricoli] è inserita la citazione di cinque piccoli quadretti rappresentanti Santi. La stima del loro valore è alquanto bassa: la predella è valutata lire dieci, i Santi Pietro e Giovanni Battista lire cinque ciascuno e il San Vicent Ferrer lire dieci., mentre un baldacchino all’antica con sue bandinelle e testiera posto sopra il letto, il tutto di broccatone argento falso, è stimato lire venti, più dell’insieme delle tre tavole del registro principale”[3].

Negli anni immediatamente successivi inizia la loro dispersione, per via di donazioni e vendite da parte dei successori del cardinale, a importanti collezioni private ferraresi, che a loro volta li cedettero ad altre, ancora più prestigiose e lontane. Si perse così la memoria della loro collocazione originaria e dell’appartenenza a un unico complesso. Diversi studiosi fin dall’800 si impegnarono a ricostruire le tracce dei diversi pannelli,  lentamente riemerse il tortuoso percorso che li aveva portati dove oggi si trovano, la loro paternità fu individuata e si comprese, infine, che erano tutti parti di un’unica, straordinaria opera.

Sedici sono le tavole del polittico sinora rintracciate, conservate presso importanti musei e pinacoteche, italiane e straniere. Altre mancano però ancora all’appello. La mostra Il Polittico Griffoni rinasce a Bologna – La riscoperta di un capolavoro, allestita a Bologna nel 2020, le ha riunite per la prima volta, dopo tre secoli, nella città che le vide nascere.

_________________
Del Cossa realizzò gli scomparti principali: quelli del primo registro hanno sfondi architettonici e sono di gusto più moderno di quelli superiori, più arcaici col fondo oro. De’ Roberti curò invece la predella e i santi nei pilastrini. Nelle tavole di Del Cossa si nota l’influenza di Piero della Francesca per la monumentalità e luminosità dei personaggi, unita anche a una varietà estrosa di soggetti, pose e sfondi. La norma prospettica e l’illuminazione veritiera riescono a dare naturalezza anche agli elementi più improbabili, come i minuscoli angeli su san Vicent Ferrer o i castelli che sembrano germinare dalle rocce negli sfondi.

Bibliografia

[1] Il Polittico Griffoni: da Bologna a Mirabello per conto di Pompeo Aldrovandi  di Genziana Ricci; devo a questo bel articolo anche il taglio generale di questa pagina.
[2] Lettera di Giuseppe Baraldi a Pompeo Aldovrandi del 21 novembre 1725. [ASBo, Aldrovandi-Marescotti, b. 284]
[3] Catalogo della mostra Il Polittico Griffoni rinasce a Bologna – La riscoperta di un capolavoro a cura di Mauro Natale e Cecilia Cavalca – Silvana Editoriale, Milano (2020).

  • Inserisci il tuo indirizzo email per ricevere notizia dei nuovi articoli.

    Unisciti ad altri 48 follower

<span>%d</span> blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: